In corso dal 14 novembre 2014 e rinviata più volte: perché i legali di Silvio Berlusconi erano impegnati in Parlamento per le elezioni del Presidente della Repubblica, per esaminare le intercettazioni telefoniche e le testimonianze delle ragazze oppure i motivi di salute dell’ex premier, è stata rinviata al prossimo 16 novembre l’udienza preliminare dei confronti dell’ex premier e Valter Lavitola, accusati di induzione a rendere false dichiarazioni all’autorità giudiziaria sulla vicenda escort. Oggi era prevista la lettura del dispositivo, cioè la decisione del giudice sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura di Bari quattro anni fa. Come tutte le udienze ordinarie senza detenuti, però, è stata rinviata per la situazione di emergenza che sta vivendo la giustizia barese, costretta in una tendopoli dopo la dichiarazione di inagibilità del Tribunale di via Nazariantz.

Ignaro del preannunciato rinvio, all’udienza ha partecipato Lavitola, l’ex direttore dell’Avanti accusato di aver fatto da tramite fra Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio, e l’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini. Stando all’ipotesi accusatoria, sostenuta da Pasquale Drago e Eugenia Pontassuglia, Berlusconi avrebbe fornito a Tarantini, per il tramite di Lavitola, avvocati, un lavoro e centinaia di migliaia di euro in denaro, perché mentisse ai pm baresi che indagavano sulle donne portate nelle residenze estive dell’ex premier fra il 2008 e il 2009 e sui suoi interessi in Finmeccanica.

Si tornerà in udienza, nell’aula bunker di Bitonto, fra cinque mesi (esattamente a quattro anni dall’inizio dell’udienza preliminare) e in quella data il gup Rosa Anna Depalo deciderà se prosciogliere o rinviare a giudizio Berlusconi e Lavitola o ancora se dichiararsi incompetente disponendo la trasmissione degli atti ad altro Tribunale, come chiesto dalle difese. In stand by anche l’altro processo per il caso escort, quello in secondo grado sulle donne accompagnate fra il 2008 e il 2009 dall’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini nelle dimore dell’allora presidente del Consiglio. La III sezione della Corte di Appello di Bari, lo scorso 6 febbraio, ha accolto la richiesta della difesa di inviare gli atti alla Corte costituzionale, dopo 60 anni da quando è stata approvata la legge Merlin del 1958, si esprima per la prima volta sulla incostituzionalità di alcune norme in essa contenute ovvero se sia ancora oggi costituzionale punire chi recluta donne che volontariamente si prostituiscono. L’istanza era stata rigettata nel processo di primo grado.