Ormai i focolai di tensione tra l’Italia e l’Ue sembrano tutti a mezzo stampa: bastano una o più frasi di politici continentali non propriamente tradotte o riportate dai media e scoppia il putiferio; un’epidemia di lost in translations con un copione sempre identico: l’Euroburocrate di turno dice, o sembra la dica, grossa, provoca un polverone di commenti indignati ai quali segue una pioggia di consulenze linguistiche e interpretazioni autentiche negli idiomi del politico europeo di turno. Basta tanto poco per far scaldare le formazioni del match  “rabbiosi contro secchioni“.

Eppure a monte, nel litigioso spazio pubblico italiano, trova sempre un riscontro maggiore fissarsi sul dito ignorando la luna, magari alimentando il prolifico filone giornalistico degli “spiegoni“, quello strano ibrido tra giornalismo e servizio di pubblica utilità, elevato ormai ad oracolo antifake news ma troppo spesso ridotto ad uno sterile esercizio di tuttologia fine a se stesso. Perché “detto o no” è fondamentale ma il contesto, parlando di politica, lo è di più.

Per tornare a Juncker: quelle parole, insomma, le ha pronunciate oppure no? Il discorso sarebbe stato estrapolato e semplificato dal Guardian, come ormai tutti sappiamo: il presidente della Commissione europea, infatti, non avrebbe detto: “Gli italiani devono lavorare di più ed essere meno corrotti”, ma al contrario quanto segue: “Amo profondamente la ‘bella Italia‘ (detto in italiano, ndr) ma non accetto che ogni cosa che va male nel Mezzogiorno sia spiegato con il fatto che l’Ue o la Commissione Europea non farebbero abbastanza. Sono gli italiani a doversi occupare delle regioni più povere dell’Italia. Il che significa più lavoro, meno corruzione e serietà” E ancora: “Un Paese è un Paese, una nazione è una nazione, prima vengono le nazioni e poi l’Europa”.

Il discorso attribuito dal quotidiano britannico e la versione ufficiale descrivono, naturalmente, due approcci diversi ma il problema, diciamolo con franchezza, sono davvero le frasi oppure il contesto e le dinamiche in cui sono maturate? Anche ammettendo, e nessuno nega, la versione conciliante delle parole di Juncker, sul piano politico la questione è di ben più ampia portata: la pedagogia e il pragmatismo da buon padre di famiglia di Juncker fanno a botte con la realtà politica continentale.

Il presidente della Commissione europea, parlando di “supremazia delle nazioni sull’Europa“, richiamando quindi alla responsabilità degli Stati membri sui loro conti, non fa affermazioni neutrali ma indica un orientamento politico preciso, quello abbracciato di recente dalle economie forti del nord. Non è un caso che Germania, Benelux, Paesi scandinavi e Paesi baltici discutano da tempo della creazione di un “club privato” di Stati ricconi all’interno dell’Ue dai quali i Paesi del sud (e forse anche la Francia) rischierebbero di rimanere tagliati fuori. La cosiddetta Europa a due velocità.

L’accenno agli “aiuti all’Italia”, poi, assomiglia più all’assistenza compassionevole di calvinista memoria che non a un dialogo aperto, e politico, tra nazioni partner. E poi proprio Juncker, ex premier del Lussemburgo, parla di corruzione e dispensa consigli? Lui, cittadino di uno dei “paradisi fiscali” europei, fu costretto -caso più unico che raro- a spiegare nel 2015 da Presidente della Commissione EU al Comitato di inchiesta del Parlamento europeo, la complessa architettura di società di comodo costruita nel Lussemburgo. Nulla di illegale, per carità, dal momento che l’Ue non ha competenza sulle politiche fiscali degli Stati membri ma l’elusione fiscale e gli accordi a porte chiuse di cui godono le corporation in Irlanda, Paesi Bassi e soprattutto in Lussemburgo, sono tra i maggiori fattori di destabilizzazione del progetto europeo.

Siete ancora convinti che le polemiche sull’interpretazione autentica del pensiero di Juncker meritino i titoli di apertura? O forse meritano titoli il contesto, la doppia morale del leader europeo e il suo macroscopico conflitto di interessi?