Stellantis annuncia una e-car a Pomigliano dal 2028. I sindacati: “Tempi lunghi, incognite restano”
Una piccola autovettura elettrica per Pomigliano d’Arco. A due giorni dalla presentazione del piano industriale di Antonio Filosa, Stellantis continua a centellinare le anticipazioni. E ne arriva una anche per l’Italia. La fabbrica campana ospitare un “innovatico progetto” di e-car, compatta ed economicamente accessibile: un segmento “ad alto potenziale” e che avrà come mercato di riferimento l’Europa. L’inizio della produzione è prevista nel 2028 e il target di prezzo è intorno ai 15mila euro. Tutto rientra nel perfetto identikit tracciato lo scorso settembre dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen sugli standard delle auto elettriche made in Eu per contrastare l’invasione delle cinesi: piccola e accessibile.
“È l’espressione perfetta dello scopo di ‘consentire alle persone di muoversi con i brand e i prodotti che amano e di cui si fidano'”, spiega il gruppo franco-italiano nel lanciare la novità. Il Ceo Filosa ha spiegato la ratio della scelta con la necessità di produrre auto di piccole dimensioni che sono richieste dai clienti. I modelli E-car di Stellantis, aggiunge l’azienda, “saranno dotati di tecnologie BEV”, cioè elettriche, di “livello mondiale, sviluppate in collaborazione con partner selezionati”.
È probabile che la novità prevista a Pomigliano sia la principale rivelazione riguardante gli stabilimenti italiani. Motivo per il quale permangono diversi dubbi sul destino del settore in Italia. Al di là delle tempistiche, Stellantis non ha neanche svelato quale sarà il partner che supporterà tecnologicamente lo sviluppo della missione produttiva: possibile dunque che sia cinese. E resta, inoltre, il tema dei volumi: l’azienda reputa che saranno alti, in virtù della tipologia di modello e del successo che sta riscuotendo un’auto come la T03 di Leapmotor, il partner cinese di Stellantis. Tuttavia, gli auspici non corrispondono sempre alla realtà in casa ex Fiat: l’ibridazione della 500 avrebbe dovuto garantire circa 100mila unità prodotte a Mirafiori già quest’anno, mentre nel primo trimestre ne sono state sfornate appena 14mila. In prospettiva, alla fine del 2026, saranno circa 50mila vetture uscite dalla fabbrica torinese, circa la metà delle attese.
Non a caso, i sindacati sono abbastanza prudenti. L’accoglienza di Fim, Fiom, Uilm, Fismic, UglM, AqcfR è stata tiepida: “A regime ciò dovrebbe consentirci di arrivare finalmente alla piena occupazione di tutto il personale, che resta il nostro obiettivo fondamentale, ma come sindacato abbiamo l’esigenza di monitorare attentamente la attuazione del piano, per il pieno coinvolgimento dei lavoratori e per poter affrontare tempestivamente qualsiasi sviluppo e implicazione, tanto più che i tempi di realizzazione sono purtroppo ancora lunghi”, spiegano parlando di “incognite molteplici”.
Il riferimento è legato soprattutto alle ricadute sull’indotto che “ha forte necessità di nuovi carichi di lavoro e di prospettive solide”. Da qui la richiesta di “un coinvolgimento pieno e continuativo, con un confronto puntuale su ogni fase del progetto e sui suoi effetti occupazionali e industriali”. Non solo. In vista dell’Investor Day del 21 maggio, i sindacati hanno già saputo dall’azienda che riguardo alla fabbrica di Cassino non sono previsti piani operativi: “Chiediamo un impegno molto forte poiché non accetteremo la dismissione di nessun sito italiano”.