Era l’agosto 2010 quando Brice Hortefeux, ministro dell’Interno del Governo Sarkozy, annunciò alla stampa che in poche settimane 51 insediamenti abitati da famiglie rom sarebbero stati smantellati e circa 700 rom rispediti dalla Francia alla Romania via aereo. Di fronte ai dubbi della Commissione europea, il ministero degli Affari esteri francese si affrettò a rassicurare che si trattava di “misure pienamente conformi alle regole europee che non comporteranno restrizioni alla libertà di circolazione dei cittadini europei”.

In realtà, dopo un lungo scontro diplomatico, il 29 settembre 2010 la Commissione europea dichiarò ufficialmente aperta la procedura d’infrazione contro la Francia per il mancato rispetto della legge europea. “Abbiamo deciso di aprire una procedura d’infrazione – spiegò Viviane Reding, commissario alla Giustizia – perché la Francia non ha trasposto nel diritto francese le garanzie procedurali previste per i cittadini europei nel quadro di una Direttiva del 2004 sulla libera circolazione nell’Unione europea”.

Sono questi due gli eventi che mi sono balzati alla mente quando, all’interno del Contratto per il Governo del cambiamento sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, mi sono soffermato a leggere nel capitolo dedicato a Sicurezza, legalità e forza dell’ordine il paragrafo dal titolo: Campi nomadi.

“Negli ultimi anni – riporta il testo programmatico – il dilagare dei campi nomadi, l’aumento esponenziale di reati commessi dai loro abitanti e le pessime condizioni igienico-sanitarie a cui sono sottoposti, ha reso tale fenomeno un grave problema sociale con manifestazioni esasperate soprattutto nelle periferie urbane coinvolte. Ad oggi circa 40mila Rom vivono nei campi nomadi, di cui 60% ha meno di 18 anni. Necessarie azioni per arginare questo fenomeno sono: chiusura di tutti i campi nomadi irregolari in attuazione delle direttive comunitarie; contrasto ai roghi tossici; obbligo di frequenza scolastica dei minori, pena allontanamento dalla famiglia o perdita della potestà genitoriale”.

Un “pastrocchio” per forma e contenuto, redatto da chi non conosce la materia e avanza la pretesa di governarla. Lasciamo stare che gli insediamenti rom vengano denominati ancora “campi nomadi”, definizione che risale a 20 anni fa, quando si riteneva che queste comunità fossero effettivamente itineranti e quindi fosse utile e necessario costruire “riserve” all’aria aperta, alternative alle abitazioni convenzionali. Non soffermiamoci troppo sul fatto che parlare di un “aumento esponenziale dei reati commessi” in assenza di qualsiasi rilevazione di carattere scientifico ha poco senso, se non quello di aumentare volutamente il malcontento soffiando sul fuoco dell’intolleranza e dell’ostilità. Sorvoliamo anche sul numero, visto che dobbiamo abbassarlo di più di un terzo: in Italia sono appena i 26mila  i rom che vivono nei “campi”.

Se andiamo oltre il preambolo e ci soffermiamo sulle misure indicate nel Contratto dal duo LegaMovimento 5 stelle, ci accorgiamo di trovarci di fronte a gravissime violazioni dei diritti umani contro le comunità rom che in Europa non si vedevano dagli sgomberi del Governo Sarkozy, appunto. Chiudere “i campi irregolari in attuazione alle direttive comunitarie”, sottende – come fu nel 2010 – una forzatura interpretativa che ci porta alle espulsioni di massa, proibite dalla Carta dei diritti fondamentali e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà. Tutti i cittadini dell’Unione europea possono infatti circolare e soggiornare liberamente e il loro allontanamento può essere valutato caso per caso e solo per gravi motivi legati all’ordine pubblico, alla pubblica sicurezza e alla sanità pubblica. Anche la misura dell’allontanamento (legato alla frequenza scolastica) dei minori dalle famiglie fa accapponare la pelle, essendo sempre di competenza dell’organo giudiziario e non di quello legislativo.

Di Maio e Salvini si muovono attorno alla “questione rom” con colpevole incompetenza e approssimazione, ripetendo gli stessi ridicoli slogan della campagna elettorale. Eppure sarà questa la sinfonia che ci toccherà ascoltare nei prossimi anni. La stessa anticipata nel suo preludio dalla retata organizzata proprio il 16 maggio scorso – giornata che ricorda la resistenza di 4mila rom nel campo di sterminio di Auschwitz – a Roma dalla Polizia municipale nell’insediamento di Candoni. Quattrocento poliziotti con unità cinofile hanno forzato autovetture, buttato giù le porte dei container, perquisito gli abitanti, spogliato alcuni minorenni. Con tanto di video celebrativo del M5s di Roma.

Nell’attesa del nuovo governo, tra “contratti giamaicani” e retate di Virginia Raggi, ci toccherà ascoltare il solito contraddittorio e inutile mantra: “Chiuderemo i campi rom. Ce lo dice l’Europa. Ruspa”. Sarà questo il tormentone estivo che travolgerà le ultime resistenze di una coscienza collettiva agonizzante.