La politica non sia al servizio della finanza. È il monito del Vaticano contenuto nel documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones che critica duramente la speculazione finanziaria. Il testo, approvato da Papa Francesco, offre alcune “considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario”, come recita il sottotitolo, ed è stato elaborato dalla Congregazione per la dottrina della fede e dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Lo stesso prefetto dell’ex Sant’Ufficio, monsignor Luis Francisco Ladaria Ferrer, ha sottolineato come questo documento rappresenti una sorta di novità nel magistero del suo dicastero. “È vero – ha ammesso l’arcivescovo spagnolo – che sulla morale della vita e della sessualità si è scritto di più, rientrava di più nell’attenzione della Chiesa”.

Il Vaticano denuncia che “di fronte al crescente e pervasivo potere di importanti agenti e grandi networks economico-finanziari, coloro che sarebbero deputati all’esercizio del potere politico, spesso disorientati e resi impotenti dalla sovranazionalità di quegli agenti e dalla volatilità dei capitali da questi gestiti, faticano nel rispondere alla loro originaria vocazione di servitori del bene comune, e accade anche che si trasformino in soggetti ancillari di interessi estranei a quel bene”. D’altro canto la Santa Sede ricorda “l’insostituibile funzione sociale del credito”, sottolineando che sono da favorire “realtà quali il credito cooperativo, il microcredito, così come il credito pubblico a servizio delle famiglie, delle imprese, delle comunità locali e il credito di aiuto ai Paesi in via di sviluppo”.

Per il Vaticano sono i derivati che “hanno favorito il sorgere di bolle speculative, le quali sono state importanti concause della recente crisi finanziaria”. Nel documento essi vengono definiti dei veri e propri “ordigni ad orologeria pronti a deflagrare prima o poi la loro inattendibilità economica e ad intossicare la sanità dei mercati”. Sotto accusa anche i “credit default swap” (Cds), il cui mercato, “alla vigilia della crisi finanziaria del 2007, era così imponente da rappresentare all’incirca l’equivalente dell’intero Pil mondiale”. Per la Santa Sede, infatti, “il diffondersi senza adeguati limiti di tale tipo di contratti ha favorito il crescere di una finanza dell’azzardo e della scommessa sul fallimento altrui, che rappresenta una fattispecie inaccettabile dal punto di vista etico”, poiché “chi agisce lo fa in vista di una sorta di cannibalismo economico” e “finisce per minare quella necessaria fiducia di base senza cui il circuito economico finirebbe per bloccarsi. Quando da simili scommesse possono derivare ingenti danni per interi Paesi e milioni di famiglie, si è di fronte ad azioni estremamente immorali ed appare quindi opportuno estendere i divieti, già presenti in alcuni Paesi, per tale tipologia di operatività, sanzionando con la massima severità tali infrazioni”.

Non è la prima volta in tempi recenti che la Santa Sede si esprime con estrema chiarezza sulle questioni del mondo finanziario. Era avvenuto nel 2009, durante la prolungata crisi economica internazionale, con l’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate. Ma è certamente una novità da non sottovalutare che, quasi un decennio dopo quel testo di Ratzinger, due dicasteri vaticani abbiano voluto richiamare la dimensione etica nel panorama della finanza internazionale. “La recente crisi finanziaria – si legge nel testo – poteva essere l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria, neutralizzandone gli aspetti predatori e speculativi e valorizzandone il servizio all’economia reale”. La bocciatura del Vaticano è netta: “Sebbene siano stati intrapresi molti sforzi positivi, a vari livelli, che vanno riconosciuti e apprezzati, non c’è stata però una reazione che abbia portato a ripensare quei criteri obsoleti che continuano a governare il mondo. Anzi, pare talvolta ritornare in auge un egoismo miope e limitato al corto termine che, prescindendo dal bene comune, esclude dai suoi orizzonti la preoccupazione non solo di creare ma anche di diffondere ricchezza e di eliminare le disuguaglianze, oggi così pronunciate”.

Quello pubblicato dal Vaticano non è per nulla un banale testo catechetico, lontano dalle questioni concrete della macro e anche della micro economia, bensì un documento elaborato grazie al contributo di professionisti dell’alta finanza che si sono messi in dialogo con i due dicasteri della Santa Sede che ne hanno coordinato la redazione. Tra le numerose questioni affrontate, molte delle quali abbastanza tecniche, non mancano la necessità della certificazione pubblica per evitare un mercato finanziario intossicato, l’opportunità di una “biodiversità” economica e finanziaria, la necessità di un coordinamento fra le varie autorità nazionali di regolazione dei mercati, l’importanza di consulenti finanziari che si comportino in modo etico, la responsabilità sociale dell’impresa, lo scandalo dei “grandi guadagni a manager e azionisti” (shareholders) a scapito degli “stakeholders”, la necessità che la “socializzazione delle perdite” delle banche “ricada soprattutto su coloro che ne sono stati effettivamente responsabili”, la critica ai “titoli di credito fortemente rischiosi” come i subprime all’origine della crisi del 2007-2008, la critica allo “shadow banking system” e alla finanza creativa.

Per il Vaticano, inoltre, “il benessere va perciò valutato con criteri ben più ampi della produzione interna lorda di un Paese (pil), tenendo invece conto anche di altri parametri, quali ad esempio la sicurezza, la salute, la crescita del ‘capitale umano’, la qualità della vita sociale e del lavoro. E il profitto va sempre perseguito ma mai ‘ad ogni costo’, né come referente totalizzante dell’azione economica”. Inoltre, il debito pubblico “rappresenta oggi uno dei maggiori ostacoli al buon funzionamento ed alla crescita delle varie economie nazionali”. Pertanto, “di fronte a tutto ciò, da una parte, i singoli Stati sono chiamati a correre ai ripari con adeguate gestioni del sistema pubblico mediante sagge riforme strutturali, assennate ripartizioni delle spese ed oculati investimenti; dall’altra parte, a livello internazionale, pur mettendo ogni Paese di fronte alle sue ineludibili responsabilità, occorre anche consentire e favorire delle ragionevoli vie d’uscita dalle spirali del debito, non mettendo sulle spalle degli Stati, e quindi sulle spalle dei loro concittadini, vale a dire di milioni di famiglie, degli oneri che di fatto risultano insostenibili”.

Twitter: @FrancescoGrana