La notizia è arrivata nel giorno della festa della mamma. E subito ho immaginato questa donna, ho disegnato il suo profilo in una stanza in penombra, i suoi preparativi silenziosi e calcolati. Mi sono chiesta come erano i lineamenti del suo viso: tirati o distesi. Se vuoti i suoi occhi, sfuggente il suo sguardo. Se le sue mani erano nodose o delicate. Come si è rivolta ai suoi figli, chiedendo loro di vestirsi, infilarsi i vestiti, allacciarsi le scarpe. Se ha detto loro la verità, mentre preparava bagagli di morte: la sua, la loro. Se ha valutato che poteva accadere quel che poi è accaduto: che una sola dei suoi figli sopravvivesse all’attacco kamikaze. Otto anni e un futuro che sarà solo domande.

Surabaya, Indonesia. Succede qui, dentro a una casa come tante. Una casa in cui figli voluti, amati, forse coccolati sono cresciuti come tutti i bambini confidando nei genitori. Succede qui che proprio per scelta di chi li ha messi al mondo bambini che non diventeranno mai adulti siano morti per una causa che non conoscevano, lanciando se stessi e una bomba contro il quartiere generale della polizia. Dieci feriti.

L’Isis alza il livello, dicono, e adesso recluta intere famiglie. Perché danno meno nell’occhio, suscitano minor attenzione, garantiscono fiducia. L’Isis, mi ripeto. E tutto sommato devo crederci perché quel che io continuo a vedere è una madre a bordo di un motorino che con un gesto solo tradisce un ruolo e tre figli.

Si alza il livello dell’effetto sorpresa ma anche quello dell’indottrinamento radicale. Perché è sottinteso il senso del sacrificio totale nella scelta di dare la morte e l’esempio, uccidendo gli altri e la propria famiglia.

Mentre rivedo ancora questa madre, le sue azioni veloci, i gesti precisi, i figli ubbidienti, arriva la notizia di una terza famiglia di kamikaze, tutti morti nell’esplosione di un ordigno che stavano preparando. Sempre a Surabaya. Come per la prima di queste tre esplosioni irrituali, dove la famiglia che si è fatta esplodere contro tre chiese il giorno prima aveva ucciso 14 persone.

Mentre mi sforzo di cancellare tratti del viso sfocati, mani mai viste e pensieri che non conoscerò mai, mi soffermo invece su occhi grandi e capelli che un giorno profumeranno. Su otto anni che diventeranno molti di più, solcati dalla solitudine e devastati da una domanda alla quale prima o poi qualcuno dovrà rispondere: perché.