“Un nome terzo per il Governo Lega-M5S? Io voterei Giorgetti. Metterei lui che è persona equilibrata e capace, che si intende di economia”. Parola di Umberto Bossi, uno che Giancarlo Giorgetti, il cui nome rimbalza in questi giorni in tutti i totonomi, lo conosce bene. Del resto sono più di 20 anni che muove le leve nel retrobottega del Carroccio, sopravvivendo a tutti i cambi di pelle del partito. Politico di lungo corso, di quelli che si muovono come gatti sui tavoli che contano. Cugino di Massimo Ponzellini, già uomo di Romano Prodi, poi di Giulio Tremonti, che da banchiere della Popolare di Milano è finito indagato e condannato per corruzione e finanziamenti illeciti. Non solo parentele: tra Giorgetti e banche e banchieri il rapporto è di lungo corso. Tra i membri del consiglio di amministrazione della Credieuronord, sventurato istituto di credito voluto da Bossi, il potenziale premier verde finì a contatto con Gianpiero Fiorani della Banca Popolare di Lodi (uomo chiave nel rapporto tra politica e finanza arrestato nel 2005 per le scalate dei “furbetti del quartierino”). Lo stesso Fiorani nel 2004 si presentò nell’ufficio di Giorgetti alla Camera con 100mila euro in contanti, occultati dentro una copia di Repubblica, mentre Giorgetti era assente. Giorgetti restituì la mazzetta, ma non denunciò mai carabinieri il tentativo di corruzione. Un episodio poco affine ai valori del Movimento 5 stelle che oggi dovrebbe contribuire a portarlo a Palazzo Chigi. Anzi, Giorgetti chiese a Fiorani, se avesse voluto, di girare il finanziamento al Varese calcio, cui il leghista è da sempre molto affezionato.

Tutto viene fuori tempo dopo, nel 2006, quando Fiorani parla davanti agli inquirenti. Tra le rivelazioni contenute in un verbale di dieci pagine, anche il racconto del tentativo di corruzione all’indirizzo dell’allora presidente commissione Bilancio. Quei 100mila euro incartati da Fiorani e consegnati a Montecitorio erano il generoso ringraziamento per aver smussato l’ostilità dei leghisti verso il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e l’operazione Antonveneta. Nei verbali è lo stesso Fiorani a precisare che Giorgetti “non ebbe alcuna reazione”. Salvo richiamarlo alla sera e dirgli di venirsi a prendere quei soldi: “Disse che non voleva assolutamente ricevere denaro perché lui era contrario, volendo moralizzare le prassi del partito”. Nonostante la moralizzazione enunciata da Fiorani, non ci fu alcuna denuncia. E Giorgetti aggiunse che “se volevo potevo aiutare la polisportiva Varese con una sponsorizzazione”.

Va annotato come la società sportiva (allora Varese 1910 retta da Riccardo Sogliano) ha più volte smentito di aver ricevuto il danaro da Fiorani. L’aiuto economico caldeggiato da Giorgetti si tramutò poi in una fidejussione del valore di 100mila euro per l’iscrizione al campionato. “Il Varese ottenne di esporsi con la Popolare di Lodi ma dietro la garanzia che io stesso avrei coperto eventuali debiti”, dichiarò l’ex dirigente al Corriere della Sera.

Una richiesta che racconta molto della passione del braccio destro di Salvini per gli affari. La sua immagine di uomo schivo e silenzioso è quanto di più distante dall’iconografia classica del leghista da palco: un tempo niente corna e canottiere, oggi niente felpe o frasi ad effetto. Pare incredibile, ma a suo nome non risultano pagine facebook o profili twitter. Dopo il risultato incassato dalla Lega il 4 marzo ha iniziato ad accettare gli inviti in tv, a rilasciare interviste. Ad esistere (mediaticamente). Ma Giorgetti nella Lega c’è sempre stato. Parlamentare dal 1996 è il Gianni Letta in salsa leghista. È sempre stato lui l’uomo da buttare nella mischia quando si trattava di spingere un esponente del Carroccio per gli incarichi più importanti: da Malpensa alla Fiera di Milano, da A2A ad Expo. Giorgetti ha sempre avuto un ruolo nella definizione dei consigli di amministrazione che contano a partire da quelli di Finmeccanica. Da qui i suoi rapporti con uomini di peso come Giuseppe Orsi.

Ed è così ancora oggi. Dove c’è una trattativa delicata c’è anche Giorgetti da sempre “l’uomo delle nomine”. Sempre un passo indietro rispetto ai frontman. Sempre nella stanza dei bottoni. Un vero uomo da prima Repubblica. Accanto al suo ruolo di tessitore è cresciuto anche quello di figura autorevole da spendere nei palazzi romani. Nel 2013 è stato uno dei dieci saggi nominati da Giorgio Napolitano incaricati di avanzare proposte programmatiche in materia economico-sociale ed europea. Ed è forse sulla scorta di quell’incarico che i suoi detrattori hanno iniziato a descriverlo come un massone in ottimi rapporti con l’ambasciata americana e “vicino” al club Bildenberg, come a sottolineare con un’annotazione negativa la sua attitudine a stare sui tavoli che contano. Ad un certo punto è talmente chiacchierato che è lo stesso Umberto Bossi a chiedergli conto delle voci (VIDEO)

Completano l’articolato profilo dell’abile commercialista di provincia una la laurea alla Bocconi e la passione smodata per il calcio. Non c’è solo il tifo per il Varese ma anche il pallone inglese (ha fondato il fan club italiano del Southampton). E una trasferta a Cardiff gli è valsa pure qualche titolo di giornale: nel 2017, in occasione della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid, la società bianconera ha messo a disposizione degli iscritti allo Juve club del Parlamento un pacchetto di biglietti. Da Fiumicino partì un charter con 171 persone. Tra i presenti c’era anche lui che così saltò la discussione sulle legge elettorale in corso a Montecitorio.

Classe ’66, è sposato con Laura Ferrari che nel 2008 ha patteggiato una condanna a 2 mesi e 10 giorni per una truffa ai danni della Regione Lombardia. La donna curava corsi di equitazione per disabili in una Onlus. La società, per ottenere 400mila euro di finanziamenti dal Pirellone, gonfiò il numero degli allievi che frequentavano i corsi, così da poter accedere ai finanziamenti.