Un anno e mezzo di pena ma con l’accusa principale che è caduta. È la condanna emessa per l’ex presidente della Banca Popolare di Milano Massimo Ponzellini nel processo sui presunti finanziamenti illeciti concessi dall’istituto tra il 2009 e il 2011. Assolto il suo ex braccio destro Antonio Cannalire e gli altri imputati. L’accusa si reggeva sulla presunta associazione per delinquere, “cancellata” “perché il fatto non sussiste“. Ponzellini è stato condannato solo per uno dei tanti capi di imputazione, un fatto di presunta corruzione privata (riconosciuto il risarcimento in sede civile alla parte civile Bpm), assieme all’imprenditore Camillo Colella, condannato a nove mesi. Gli altri capi di imputazione del processo sono caduti nel merito “perché il fatto non sussiste”, e perché in parte prescritti.

La posizione di Francesco Corallo, il re delle slot machine arrestato poi nell’ambito dell’inchiesta romana che vede indagati anche l’ex leader di An, Gianfranco Fini e Giancarlo Tulliani, era stata invece stralciata (verrà giudicato in un altro processo) dopo che anche l’uomo d’affari (titolare della Atlantis B-plus) era stato rinviato a giudizio nel febbraio 2015. Tra l’altro, una delle contestazioni principali dell’inchiesta, ossia la presunta corruzione privata da parte di Corallo e della sua società per un finanziamento dall’istituto di credito, allora diretto da Ponzellini, di 140 milioni di euro con cui ottenere le concessioni per il gioco d’azzardo legale, era già caduta perché il nuovo management di Bpm, dopo l’uscita del banchiere (presidente tra il 2009 e il 2011) aveva ritirato la querela necessaria per quel reato.

Secondo le accuse dei pm Roberto Pellicano (nel frattempo nominato procuratore a Cremona) e Mauro Clerici, Bpm avrebbe erogato prestiti in modo irregolare per oltre 230 milioni di euro. In cambio Ponzellini e alcuni dei coimputati avrebbero ottenuto compensi ritenuti illeciti per circa 2,4 milioni. La gestione di Bpm da parte di Ponzellini, avevano detto i pm in requisitoria, “è stata politica, infarcita di interessi personali” che hanno “comportato la formazione di una struttura parallela deviata, con il fine di erogare finanziamenti a soggetti segnalati da ambienti della politica e dal mondo imprenditoriale”.  Era Cannalire, secondo i pm, a tenere i contatti con i politici, con cui aveva anche “rapporti diretti” poiché “dotato di proprie relazioni” come quelle con l’ex ministro Paolo Romani che “considerava un amico”, o Daniela Santanchè, oppure con l’imprenditore Paolo Berlusconi, al quale “dava del tu”. Nessuno di loro, però, è mai stato indagato. E la sentenza emessa dalla corte presieduta dal giudice Guido Salvini non ha riconosciuto fondato l’impianto accusatorio del processo. Ci vorranno almeno novanta giorni per capire il motivo con il deposito delle motivazioni.

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