Ci mancava solo il fermo di Vincent Bolloré a completare il quadro incandescente dell’assemblea di Telecom Italia. Le vicende giudiziarie del raider bretone non promettono infatti niente di buono per l’ex monopolista di cui Vivendi ha quasi il 24 per cento. A questo punto, in vista dello scontro fra soci previsto per il 4 maggio, il timore più grande è quello di uno stallo di cui Tim rischia di fare le spese. Per non parlare del clima che si sta surriscaldando attorno a Generali, dove di recente si è rafforzato il fronte italiano con Caltagirone e Benetton, e infine dei movimenti attorno al suo socio Mediobanca, di cui Bolloré è il primo azionista privato dopo la banca – a guida francese – Unicredit. Le conclamate difficoltà in Francia mettono infatti in discussione tutti i progetti e le ambizioni internazionali di Bolloré, fermato e interrogato a Nanterre nell’ambito di un’inchiesta per presunte tangenti pagate dal suo gruppo nel 2010 per ottenere le concessioni nei porti del Togo e della Guinea.

L’amico Nicolas Sarkozy non è più all’Eliseo e ha le sue gatte da pelare con le indagini sui presunti finanziamenti libici alla campagna elettorale del 2007. Intanto, nonostante gli sforzi, Bolloré non è riuscito a costruirsi attorno il clima politico adeguato per continuare a gestire suoi affari in Africa e contemporaneamente costruire il nuovo impero nei media in Europa. Anzi, a dire il vero l’impressione è che a Parigi sia in atto una sorta di regolamento di conti in cui si misurano i pesi all’interno della lobby degli industriali francesi. Un circolo ristretto in cui ha un ruolo di primo piano Martin Bouygues, che ha diversi interessi in Africa, è proprietario di un colosso francese nella telefonia (Bouygues Telecom) e controlla anche la prima tv commerciale francese, TF1, socia in affari di Mediaset e della tedesca Prosiebensat. Ma che è soprattutto nemico giurato di Bolloré da quando ormai vent’anni fa il raider bretone tentò invano di sfilargli l’azienda di famiglia.

Se questo è lo scenario in Francia, è dunque inevitabile che l’inchiesta sugli affari africani di Vincent Bolloré abbia riflessi importanti sugli strategici business di telecomunicazioni e media in un Mediterraneo geopoliticamente instabile e in un’Europa alla ricerca di nuovi equilibri. Senza contare l’impatto sui poteri della Françafrique, cioè del neocolonialismo economico francese di cui il gruppo bretone è uno dei principali protagonisti grazie ai buoni uffici del consigliere Michel Roussin, ex responsabile dei servizi segreti francesi all’estero, vicino all’ex presidente Jacques Chirac. Nel continente africano, il gruppo Bolloré realizza infatti la metà del suo giro d’affari (oltre 9,4 miliardi nel 2017, Vivendi esclusa): la sua divisione Africa Logistics conta ben 250 filiali e 25mila collaboratori in 46 Paesi africani. Non a caso da tempo l’azienda del finanziere bretone è sorvegliata speciale della stampa d’Oltralpe che ha denunciato lo sfruttamento dei lavoratori africani nelle piantagioni e l’asservimento del nuovo polo media agli interessi del gruppo bretone interessato a tessere relazioni con i capi di Stato africani.

Mai prima d’ora però le indiscrezioni, già note da tempo, sulle presunte tangenti che il gruppo Bolloré avrebbe pagato in Africa avevano provocato tanto clamore. Forse anche perché oggi l’impero di Bolloré è di tutt’altra pasta rispetto al passato: inglobando Vivendi, il gruppo ha superato i 18 miliardi di fatturato con un risultato operativo nel polo media di 790 milioni contro i 491 milioni delle attività di trasporti e logistica. Segno, insomma, che la metamorfosi dell’azienda di famiglia si è ampiamente compiuta grazie allo sviluppo delle attività di comunicazione immaginato da Bolloré ormai più di quindici anni fa. E forse è proprio per tutelare il suo nuovo impero che, cinque giorni prima del fermo, Bolloré ha deciso di passare la mano su Vivendi lasciando la presidenza al figlio Yannick che ha un ottimo rapporto con il presidente Emmanuel Macron e ha anche buone relazioni con l’establishment economico-finanziario d’Oltralpe grazie anche alle nozze con la nipote di Bouygues, Chloé.

La speranza di Vincent Bolloré è di tornare alla discrezione degli anni passati, quando ha costruito l’impero di famiglia lontano da giornalisti e telecamere. E ricominciare quindi a tessere la sua trama per sviluppare l’azienda fino al 2022, anno in cui ha promesso di andare in pensione. Ma, in fondo, il raider bretone sa bene che la campagna d’Italia rischia di essere la sua ultima battaglia. Resta da vedere se il figlio Yannick sarà capace di raccogliere il testimone e di far prosperare il gruppo di famiglia come fece Vincent quando era poco più che ventenne.