A sacco ormai iniziato, Silvio Berlusconi fa quadrato attorno a Mediaset. E nelle ore in cui la Vivendi di Vincent Bolloré ufficializza di essere ormai proprietaria del 20% di Cologno, l’ex premier puntualizza che sull’intera vicenda che la scalata ostile dei francesi verrà combattuta con tutti i mezzi possibili. Il progetto di collaborazione fra Vivendi e il gruppo italiano varato da Pier Silvio Berlusconi la scorsa primavera, si trasforma così ufficialmente in una guerra aperta che si promette ricca di colpi di scena.

“Non abbiamo alcuna intenzione di lasciare che qualcuno provi a ridimensionare il nostro ruolo di imprenditori”, è stata la chiosa dell’ex cavaliere. Affermazione che non deve essere suonata nuova alle orecchie di Bolloré, come testimonia il soprannome di tombeur de dinastiedistruttore di imperi familiari, che la stampa d’Oltralpe gli ha assegnato per via di diversi tentativi di scalate ostili ad alcune grandi fortune familiari francesi. A Parigi, la finanza che conta ricorda ancora il tentativo del raider bretone di strappare l’azienda di telefonia e costruzioni Bouygues dalle mani del miliardario Martin Bouygues. L’operazione partì con l’acquisto di un pacchetto di titoli sottovalutati in Borsa, proseguì con un accordo con i Bouygues e finì in un lungo contenzioso legale. Sfumò solo alla fine anche per via dell’intervento a favore della famiglia Bouygues da parte del miliardario François Pinault. Bolloré non riuscì a conquistare la società, ma l’operazione fruttò consistenti guadagni.

L’affaire Bouygues fu però solo il caso più eclatante della carriera di raider di Bolloré che già in precedenza aveva dato prova di forza e di abilità in Borsa. Agli inizi degli anni ‘90, il finanziere bretone aveva strappato la compagnia marittima di famiglia Delmas-Vieljeux dalle mani dello storico armatore francese Tristan Vieljeux. E, successivamente, si era anche impossessato della Banque Rivaud, togliendola all’amico di famiglia Edouard de Ribes. Non prima di essersi fatti aiutare a conquistare Delmas-Vieljeux e di averne ottenuto il supporto per l’offerta pubblica di acquisto sulla società Rhin-Rhône. Su quest’ultimo affare, ci mancò poco che Bolloré non ci lasciasse la camicia, come ammise lui stesso. E fu forse l’unico caso in cui davvero mise a rischio il suo impero. Poi l’industriale bretone si concentrò su due punti: diversificare industrialmente il suo gruppo e mantenerne saldamente il controllo nella holding di famiglia. Di qui nacquero progetti come l’auto elettrica e il polo media che oggi ha Vivendi come punta di diamante. E ne derivò anche la decisione che il gruppo Bolloré non sarebbe mai stato scalabile come testimonia il fatto che la cassaforte di famiglia, la Financière de l’Odet, ha il 64,4% del gruppo Bolloré. Il finanziere bretone del resto sa bene che in Borsa i raider sono sempre in agguato. E non vuol certo rischiare di farsi sfilare dalle mani l’impero di famiglia per il quale spera di poter celebrare i 200 anni nel 2022 nel pieno del suo splendore.

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