Quando era ancora ragazzino Marco ha cominciato a programmare il Commodore 64 che suo padre comprò come strumento di lavoro. All’esame di terza media prese la licenza col massimo dei voti utilizzando una presentazione multimediale che aveva creato da zero, “senza l’aiuto di Power Point o di qualsiasi tipo di applicazione”. Da allora ha cominciato a lavorare con i computer, concentrandosi su musica, grafica e videoanimazione. Dopo l’apertura di un’azienda, la crisi, il calo degli investimenti, il trasferimento, oggi Marco Genovesi vive e lavora a Londra insieme alla sua famiglia. Alle spalle ha 10 anni di esperienza nel campo degli effetti visivi digitali, 30 film hollywoodiani, un Oscar, un Bafta e il Ves (Visual Effects Society) Award in varie categorie. L’Italia? “Ricordo due cose: la diffidenza perché ero giovane e il lavoro in condizioni proibitive in uno scantinato”, racconta.

Nel 1992, a 14 anni, Marco lavora giorno e notte con un suo compagno di scuola per consegnare un videogioco basato sul nuovo fumetto in uscita a Natale. Nel ’96 esce il secondo videogioco e poco dopo costituisce una società di post-produzione con un giovanissimo amico: “Affittammo una minuscola stanzetta che presto riempimmo di tutta la poca tecnologia che ci potevamo permettere all’epoca e quindi aprimmo la nostra azienda. I computer che usavamo li avevamo scelti componente per componente e poi assemblati da soli per risparmiare qualche soldo. Nonostante avessimo risorse economiche molto limitate lavorammo giorno e notte fino a guadagnarci credibilità e un buon numero di clienti”, ricorda Marco.

Avevamo pochi soldi, ma lavoravamo giorno e notte per guadagnarci credibilità e clienti

Dopo la crisi del 2008 e il calo degli investimenti, Marco ha capito che occorreva trasferirsi fuori dall’Italia per avere nuove opportunità di crescita. “Nel 2007 mi resi conto che il mercato italiano stava diventando sempre più competitivo e non in termini di qualità. La corsa al ribasso dei prezzi e logiche che premiavano le amicizie invece che il merito, mi fecero realizzare che quello non era più terreno fertile e per migliorare le mie capacità professionali mi sarei dovuto trasferire altrove”. È in quel momento che arriva una proposta da Londra da una società che stava terminando un film d’animazione. Nel giro di pochi giorni Marco fa le valigie e parte. “All’epoca conoscevo sì e no una cinquantina di parole d’inglese”, sorride. Grazie all’impegno e “alla tolleranza del mio capo progetto”, le cose andarono come sperato. Finito quel film, Marco è stato assunto da un’altra società concorrente, e poco dopo è stato promosso a ruolo di capo gruppo nel film Le cronache di Narnia. Nel 2010 è diventato capo dipartimento degli ambienti digitali per l’ufficio di Londra.

Differenze nello stile di vita? In primis il viaggio verso il luogo di lavoro. “A Roma malgrado il caos e il traffico di proporzioni epiche potevo ancora godermi le bellezze della città, quelle che tutto il mondo ci invidia, esaltate dal cielo azzurro. Qui a Londra – spiega – devo accontentare di spostarmi al chiuso, in metropolitana e quei brevi tratti a cielo aperto sono spesso accompagnati da una cappa grigia che raramente lascia spazio a viste particolarmente emozionanti”, sorride.

Londra è una città estremamente variegata e multiculturale. “Ma qui ci si sente legati, uniti nelle diversità, nonostante ceto, nazionalità, genere o colore della pelle diverso”, continua Marco. “Mi sono reso conto che non si può giudicare il mondo secondo categorie semplicistiche”. Qui, insomma, cambia il modo di vedere le cose. Ma un imprenditore può avere più fortuna in Italia o all’estero? “Difficile saperlo –dice – mi limito a dire che fondamentali sono la tassazione, le infrastrutture, ma anche la burocrazia e la politica”.

Il panorama del mondo del lavoro è estremamente fluido. La nostra generazione deve accettare di spostarsi

Sono passati più di 10 anni da quando Marco ha lasciato l’Italia. L’azienda dove lavora oggi conta 3.500 dipendenti in uffici sparsi tra Inghilterra, Vancouver, Montreal, Bangalore e Los Angeles. Il suo ultimo contributo è sulla versione in computergrafica del Re Leone, che uscirà nel 2019. “Eppure il mercato si sta spostando in India dove il costo della manodopera è una frazione di quanto non lo sia in Europa”.

Tornare? “Nutro un fortissimo legame con il mio Paese e con la mia città natale – spiega Marco – Qui oltre al mio lavoro sono musicista, marito e papà di un bambino di un anno”. Di una cosa però è sicuro: “Il panorama del mondo del lavoro è estremamente fluido. La nostra generazione deve accettare di spostarsi e quindi non escludo che un giorno io possa trasferirmi altrove – conclude –. O addirittura tornare in Italia, nel caso in cui le condizioni lo permettessero”.

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