La conferma della coalizione di destra in Lombardia dopo le elezioni del 4 marzo scorso non lasciava presagire nulla di buono in termini di tutela delle minoranze, soprattutto della comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender). Già in campagna elettorale abbiamo dovuto sorbire quella chicca del candidato – poi uscito vincitore – Attilio Fontana sulla “razza bianca”, quasi che parlare a ruota libera e senza alcun filtro rievocando spettri di altre epoche ci portasse a vivere in una società migliore. Allora mi ero chiesto che idea di Italia o di Lombardia avesse questo Fontana ed è una domanda che porrei a qualsiasi politico incline a dire esattamente quello che pensa senza curarsi della possibilità di spaccare la società, anziché prometterle un futuro migliore.

Che idea avete di società? Se rinasceste cittadino/a comune, in una condizione personale totalmente casuale, random, vi piacerebbe nascere all’interno di una minoranza?

È il modello del velo d’ignoranza del giurista John Rawls, che domanda ai suoi lettori di immaginarsi in un mondo in cui la loro posizione di partenza è totalmente ignota. A chi parla di “razza bianca” proporrei questo esercizio: e se fossi nato di un’altra “razza”? Probabilmente scopriremmo che si tratta di una dialettica di cui l’intervistato/a non è assolutamente capace, abituato/a com’è a parlare senza curarsi delle conseguenze. E questo, per una persona che si candida a governare, è un problema tanto grosso quanto trascurato.

Ebbene, lo stesso esercizio lo proporrei sempre ad Attilio Fontana dopo che ha affermato da un lato di voler negare il patrocinio al Gay Pride e, dall’altro, di voler proiettare dal Pirellone la scritta Family Day. Le argomentazioni usate per sostenere queste due decisioni è piuttosto bizzarra. Da una parte, dice Fontana, lui è etero ma non per questo lo sbandiera ai quattro venti. Dall’altra, afferma che il Pride è una “manifestazione divisiva“, mentre il Family Day sarebbe un’espressione di unità.

Tra le tante cose che non vanno in questo ragionamento ce ne sono due che mi colpiscono in modo particolare. Fontana non sa a cosa serve il Gay Pride perché probabilmente non se l’è mai chiesto, o nessuno gliel’ha mai spiegato. Quella fiumana di persone del Pride si riversa in strada in un giorno dell’anno che coincide più o meno con la cosiddetta rivolta di Stonewall intende inviare un messaggio alla società e alla politica che suona più o meno così: siamo gay, lesbiche, bisessuali e transgender, siamo fieri di esserlo ed esistiamo, e continueremo ad esistere nonostante l’oppressione che alcuni di voi vorrebbero imporre alla nostra libertà, uguaglianza e dignità.

Proprio perché i valori in gioco sono quelli universali della libertà, dell’uguaglianza e della dignità, anche gli eterosessuali (ci mancherebbe!) possono partecipare e partecipano al Pride. In questo senso, il Pride è la marcia dell’inclusione. Al contrario, il Family Day è il marchio dell’esclusione. È esclusione perché la famiglia dipinta da quelle due parole è quella eterosessuale, nucleare, matrimoniale e magari anche monocolore, visto che a metterci la firma è uno che crede nell’esistenza di una “razza bianca”.

Ad essere divisivo non è il Gay Pride, che se non ci vuoi andare non ci vai e se non lo vuoi vedere nella via sotto casa prendi la macchina e vai a farti il week end al mare che magari lunedì vai al lavoro rilassato. Ad essere divisivo è proprio il Family Day, che esprime il dominio assoluto di un preciso modello di famiglia che oggi assume tinte prettamente ideologiche: la società italiana è cosa diversa da quel modello, è pluralista, accoglie forme di famiglia diversificate. Basta guardarsi un po’ attorno per accorgersene.

Non mi stupisco per il diniego del patrocinio, che peraltro avrebbe semplicemente l’effetto di comunicare al pubblico che il governo della Lombardia non discrimina sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Ma mi stupisce la motivazione. Chi sta al governo dovrebbe avere il senso della misura e documentarsi prima di parlare, se non altro perché il lauto stipendio che si vede accreditato sul conto corrente ogni mese viene anche dalle tasse versate da coloro che marciano al Gay Pride.

Può non piacerti e può imbarazzarti doverli ringraziare. Ma dichiarare apertamente che li consideri degli outsider non renderà la Lombardia una regione migliore. E non migliorerà la vita di nessuno, proprio di nessuno.