L’Fbi ha perquisito gli uffici, l’abitazione privata e una camera d’albergo dove risiede Michael Cohen, l’avvocato personale di Donald Trump. Il provvedimento è stato deciso dopo una comunicazione tra Robert Mueller, il procuratore speciale che indaga sul Russiagate, e i giudici federali di New York. Non è ancora chiaro se sia in qualche modo legata all’inchiesta sulla collusione tra la campagna elettorale di Trump e la Russia, o abbia a che fare con qualche altro illecito che gli uomini di Mueller hanno trovato durante la loro indagine. La reazione del presidente è stata durissima: “Un atto disgraziato, un attacco al nostro Paese”.

Durante la perquisizione sono stati prelevati documenti bancari, mail private, i file dei computer, ogni tipo di comunicazione che c’è stata in questi anni tra Cohen e i suoi clienti (fra questi, ovviamente, Trump). Cohen non è solo l’avvocato personale del presidente Usa; fa parte della cerchia più ristretta dei suoi collaboratori e amici. È colui che ha offerto 130mila dollari a Stephanie Clifford, alias Stormy Daniels, l’attrice che dice di aver avuto una relazione con Trump tra il 2005 e il 2006. Fatti su cui il presidente, e lo stesso Cohen, hanno sempre negato. Eppure l’avvocato ha comunque pagato – “di tasca propria”, come sempre sostenuto, e all’insaputa dello stesso Trump – una somma consistente all’attrice durante la campagna elettorale per comprarne il silenzio. Cohen ha anche aperto una società, la “Essential Consultants Llc”, in Delaware – uno Stato conosciuto per la mancanza di trasparenza delle sue istituzioni bancarie – dieci giorni prima di effettuare il pagamento. Da qui potrebbe arrivare l’accusa di frode bancaria. Secondo alcuni, si può profilare anche il reato di finanziamento elettorale illecito, in quanto il pagamento fu effettuato durante la campagna presidenziale del 2016.

Trump ha seguito le fasi della perquisizione in diretta Tv. La sua reazione è stata durissima. Si tratta di “un attacco al nostro Paese”, ha detto mentre l’azione dell’Fbi era ancora in corso. Anche se non c’è conferma di un legame tra il raid negli uffici e nell’abitazione di Cohen e il Russiagate, Trump ha fatto quel collegamento, parlando di una guerra nei suoi confronti, partita dal giorno stesso della vittoria elettorale e condotta “da un gruppo di persone con molti pregiudizi e con un grosso conflitto di interessi”: “È una situazione disgraziata, una totale caccia alle streghe – ha continuato – e lo dico da molto tempo”. Il presidente ha anche apertamente alluso alla possibilità di chiudere l’inchiesta di Mueller: “Perché non licenzio Mueller? Beh, penso che sia una disgrazia quello che sta succedendo. Vedremo”.

La perquisizione nell’abitazione privata e negli uffici dell’avvocato è una tappa ulteriore nella guerra che da molti mesi impegna ampi settori della Giustizia americana e la Casa Bianca. Il volto di Trump, mentre commentava il raid, è indicazione sufficiente del grado di ira ed esasperazione con cui segue questa vicenda. Fonti della Casa Bianca spiegano che il presidente potrebbe non soltanto licenziare Mueller, ma starebbe anche pensando di liberarsi di Rod Rosenstein, il numero due del Dipartimento alla Giustizia che ha dato il via libera alla richiesta di perquisizione di Cohen, e dello stesso Jeff Sessions, l’attorney general, che si è autoescluso dal Russiagate per motivi di conflitto di interesse e che Trump accusa di essere stato troppo “debole e rinunciatario”.

Certo è che quest’ultimo atto appare come un’escalation inattesa e drammatica. Mai, nella storia americana, gli uffici del legale privato del presidente erano stati perquisiti in questo modo. Mai un presidente si è trovato al centro di un caso giudiziario così clamoroso. Un caso giudiziario che sembra allargarsi. La perquisizione è infatti avvenuta non a opera del team che lavora per lo special counsel Mueller, ma su ordine dello U.S. Attorney’s Office for the Southern District of New York, dopo che questi aveva parlato con Mueller. La cosa fa pensare che il procuratore speciale, durante la sua inchiesta, abbia trovato altri illeciti, su cui però non può indagare – la sua giurisdizione è infatti limitata al Russiagate. E quindi, avrebbe informato gli uffici del procuratore di New York della notizia di reato, lasciando proprio a lui la responsabilità di far partire la perquisizione.

Nella vicenda c’è però un altro dato importante e rivelatore della posta in gioco. A dare il via libera alla perquisizione è stato il numero due del dipartimento di Stato, su richiesta di uno U.S. attorney e con la conferma di un giudice federale. L’Fbi, nel chiedere il mandato, deve aver mostrato in modo inequivocabile che la perquisizione avrebbe condotto all’acquisizione di atti essenziali all’indagine. E questo, anche a rischio di imbattersi in documenti confidenziali e sensibili sull’attività di Trump. La cosa mostra appunto la straordinarietà del momento e il fatto che settori importanti del governo Usa si stiano ormai muovendo in aperto conflitto con il presidente degli Stati Uniti.