Il blindatissimo treno verde con Kim Jong-un a bordo ha lasciato la Cina con la stessa rapidità e segretezza con la quale era giunto domenica scorsa. Dell’inaspettato incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e il leader nordcoreano non ci restano che i comunicati di rito e le immagini rilasciate dai media statali. La visita, che si è consumata nel consueto riserbo concesso ai discendenti della dinastia Kim, costituisce la prima missione estera del giovane leader, anticipando strategicamente gli attesi faccia a faccia con il presidente sudcoreano Moon Jae-in e quello statunitense Donald Trump. Ora spetta al presidente cinese ricambiare l’invito “al momento opportuno”, riporta l’agenzia nordcoreana KCNA.

Auspicando l’istituzione di un nuovo canale di comunicazione tra i due paesi, lo stesso Kim ha sottolineato come in passato i rispettivi leader abbiano condotto visite reciproche con la frequenza di “due parenti”. Non a caso, nel 2000, il defunto “Caro leader” Kim Jong-il decise di incontrare l’allora presidente Jiang Zemin prima di procedere con lo storico vertice intercoreano il giugno successivo. Ma per Kim Junior si tratta di un vero e proprio battesimo, dopo sette anni trascorsi dietro le quinte della diplomazia internazionale. A lui e alla sua consorte Ri Sol Ju Pechino ha riservato un’accoglienza di tutto rispetto, come dimostra la confermata presenza degli alti papaveri Yang Jiechi, Wang HuningWang Yi.

Secondo la stampa d’oltre Muraglia, “il meeting tra Xi e Kim apre un nuovo capitolo delle relazioni tra Cina e Corea del Nord”. “Nonostante le sfide e le difficoltà, i legami amichevoli tra Cina e Corea del Nord sono solidi e irremovibili”, ha chiarito il Global Times, quotidiano bulldozer della politica estera cinese, aggiungendo che “il partito, il governo e la società cinese rispettano la scelta politica del popolo nordcoreano, rispettano lo spirito di indipendenza e l’autonomia di cui gode la Corea del Nord e si oppongono fermamente ai tentativi degli altri paesi di interferire nel sistema politico della Corea del Nord”.

La decisione di Kim di privilegiare il vecchio alleato rivela la necessità di ricucire i rapporti deteriorati a causa dell’appoggio cinese alle sanzioni internazionali. Il duello a suon di tariffe in corso tra Pechino e Washington crea le condizioni ideali per un riavvicinamento. Nell’ultimo anno, il tentativo di rabbonire Trump sul versante commerciale ha spinto la dirigenza cinese a sfruttare il proprio ascendete sul regime del Nord come moneta di scambio. Risultato: nel 2017, le transazioni tra Pyongyang e Pechino – primo partner commerciale del Regno Eremita – sono precipitate del 10,5% rispetto all’anno precedente. Sfruttando la sponda cinese, il leader nordcoreano spera presumibilmente di ottenere un allentamento del regime sanzionatorio a cui la Corea del Nord è soggetta fin dal primo test nucleare del 2006. Da sempre, Pechino – impensierito dalle ripercussioni di un possibile collasso del paese dirimpettaio – privilegia il dialogo alla “massima pressione” sponsorizzata dall’amministrazione americana e auspica la risoluzione della crisi attraverso una doppia sospensione: lo stop ai test nucleari e missilistici nordcoreani in cambio dell’interruzione delle esercitazioni militari tra Seul e Stati uniti. Quanto sembrerebbe intenzionato a ottenere lo stesso Kim, con tutti i condizionali del caso.

“La nostra posizione coerente è quella di continuare a perseguire la denuclearizzazione della penisola, in accordo con quanto voluto dal presidente Kim Il Sung e il segretario generale Kim Jong-il”, ha dichiarato il giovane leader, aggiungendo tuttavia che il risultato finale dipende dalla “buona volontà di Washington e Seul”. In passato, durante le fallite contrattazioni, Pyongyang ha sempre vincolato un ipotetico smantellamento del proprio arsenale alla rimozione dell’ “ombrello nucleare” e della forza deterrente mantenuta da Washington al Sud. Un compromesso che la parte statunitense ha categoricamente rifiutato. Ecco che il riavvicinamento al benefattore cinese assume peso alla luce del ricambio sperimentato dall’amministrazione americana, che vede i falchi Mike Pompeo e John Bolton – fautore di un attacco preventivo contro Pyongyang – assumere rispettivamente i ruoli di segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale.

Ma strettamente sul piano delle relazioni bilaterali, l’incontro tra Kim e Xi Jinping sancisce anche la fine delle ghiotte indiscrezioni riguardo a un presunto rifiuto nordcoreano del modello economico cinese. Negli ultimi anni si sono rincorse voci non confermate di un tentato golpe ordito dallo zio filocinese Jang Song Thaek – poi fatto giustiziare per “alto tradimento” – in collaborazione con Pechino al fine di mettere alla guida del paese il fratellastro Kim Jong-nam, morto lo scorso anno in condizioni sospette mentre si trovava all’aeroporto di Kuala Lumpur. Secondo gli analisti, la dipartita di Jang Song Thaek ha coinciso con il congelamento di una serie di progetti economici sino-coreani e l’allontanamento dalle riforme in stile cinese. Da allora le relazioni tra i due paesi sono state gestite a livello di Partito anziché attraverso i più ufficiali canali statali. Che si tratti di fatti concreti o semplice gossip sembra ormai essere acqua passata. Stando all’agenzia Xinhua, durante la sua fugace permanenza a Pechino, il giovane leader ha visitato l’Accademia cinese delle scienze, uno dei principali poli dell’innovazione “Made in China”, dimostrando ammirazione per il livello di sviluppo raggiunto dal gigante asiatico. Forse il Global Times non ha tutti i torti a parlare di un nuovo inizio.

di China Files per il Fatto