“My name is Johann Sebastian but everybody calls me: Bach”. Immaginatela così, allora: i Daft Punk che anziché intervistare Moroder – statua vivente della musica elettronica mondiale (orgogliosamente italiano) – si mettono lì a farsi raccontare la storia – la sua storia, il suo corpo a corpo con il suono – da Bach, uno dei geni più grandi, l’inventore della musica moderna per come la si conosce, l’alfa di tutto, il seme che tutto racchiude, dall’heavy a Tony Del Monaco. Ecco: i Daft Punk che intervistano Bach sono il cuore ideale di BachBox, l’ultimo spettacolo ideato e scritto da Mhu, che poi è in realtà Matthieu Mantanus, il maestro in jeans belga-svizzero-italiano, già occhio destro di Lorin Maazel, musicista classico che da un po’ di tempo si è messo in testa di avvicinare la musica cosiddetta colta e la musica ritenuta più d’intrattenimento.

Disse a ilfattoquotidiano.it in un’intervista di qualche tempo fa: “Non è che metto tutti sullo stesso piano artistico. Per me ci sono differenze e anche abissali. Però la ‘graduatoria’ non può dipendere dallo stile scelto dal musicista per esprimersi, ma deve tener conto del valore della sua espressione, sia intrinseco – cioè la fattura dell’opera – sia del suo contesto storico: cioè quanto porta quest’opera all’evoluzione dell’arte e del pensiero”.

Mantanus riparte da qui con BachBox (qui tutte le informazioni, biglietti su mailticket.it), che – dopo il successo del precedente, Intimacy – inizierà il suo giro d’Italia da Milano con tre serate al Base, da venerdì a domenica. Tra le tappe successive è già fissata quella nel cortile dell’università Ca’ Foscari di Venezia, il 23 giugno, durante Art Night. Da una parte questa ricerca di un nuovo genere musicale che mette insieme Bach e  l’elettronica che lo porta ad attraversare tempo e spazio fino a toccare perfino un po’ di noise music, magari con un citofono, con la voce di Trump in un comizio, lo sferraglio di un treno o il messaggio a bordo di una hostess su un aereo che sta atterrando. Dall’altra l’incrocio – già sperimentato con Intimacy – con un’altra forma artistica dei giorni che viviamo: il video.

Sul palco del Base, quindi, si ritroveranno le tastiere di Mantanus, il suo computer, ma anche i cosiddetti “visual” dell’artista Sara Caliumi: tutto si trasforma in un cammino per mano a Bach. Non una campionatura, piuttosto una celebrazione: se è quello l’inizio di tutta la musica che c’è (e quanta ce n’è), allora da lì bisogna partire. “E’ una vera e propria nuova terra di confine – raccontano dalla JeansMusic, quella che Mantanus chiama la sua “fabbrica delle idee” – dove la destrutturazione delle variazioni di Bach incontra la musica elettronica, in una scenografia immersiva che accompagna lo spettatore per tutto l’ascolto”. Più di un concerto, un’esperienza.

La miccia di tutto sta nell’energia di Mantanus che da un po’ cerca di spolverare il rigidissimo ambiente classico-lirico non (solo) vestendo in jeans, ma soprattutto con le sue contaminazioni, provocate peraltro dalla sua curiosità. Lo chiamano “atipico” perché ascolta Pergolesi e i Queen, i Dream Theater e Chilly Gonzales o ancora Nils Frahm. Non ha paura dei suoni lontani dalle sue sale d’ascolto e dai suoi teatri, non rinnega niente che non abbia la matrice artistica. Alla base di BachBox, dunque, Bach. Ma poi, racconta, “c’è il rock progressivo, come quello dei New Trolls, uno degli esperimenti più interessanti d’incontro tra epoche musicali. C’è anche un po’ di minimalismo alla John Adams, che per i suoi schemi risulta così vicino al nostro modo di riflettere oggi. E infine l’elettronica, che permette a questi mondi di convivere, fondersi e creare insieme qualcosa di nuovo”. Un po’ come se i Daft Punk, dice appunto, invece di Moroder, avessero intervistato Bach.

“Tu credi davvero che chi ama l’elettronica non conosca anche Bach? – lo sfidarono una volta – E’ più facile il contrario, e cioè che chi ama la musica classica disdegni quella elettronica”. E così lui ha risposto installando sul computer l’Ableton, il programma di produzione musicale più utilizzato tra i grandi dj e producer, da Kalkbrenner a Deadmau5 e Armin Van Buuren. “Ho scoperto nell’elettronica uno strumento, una chiave verso un mondo senza regole con tutto a portata di mano – spiega Mantanus – Questo ha risvegliato in me una creatività sepolta dai tempi dell’adolescenza, dai corsi di armonia, contrappunto e composizione. Ho iniziato giocando, ma ben presto mi sono reso conto che dovevo organizzare quel flusso incessante che intasava il mio computer. E così è nata la musica di BachBox”. La scatola di Bach: all’interno della quale c’è, in particolare, la Partita BWV 825. Questa:

Ma qui non si tratta di fare la cover di Bach, non sono i New Classics di Rmc con la musica del genio. No: “Il mio desiderio è al contrario di creare musica nuova, originale, sul modello dei ‘temi e variazioni’ del repertorio”. Ne viene una musica sperimentale – piena di rumori, memorie, emozioni – che lo portano, spiega lui stesso, a un pensiero, una parola, anzi di più a una parola chiave “che il brano sviluppa un po’ come una scrittura automatica”.

Alla quale scrittura partecipa il video che fa da ricostituente della musica in un momento in cui la società si fa così liquida che “per noi è ormai difficile solo ascoltare: ci distraiamo subito. Non so se sia un bene o no, ma è così: è una evoluzione nell’utilizzo dei nostri sensi dovuta alla tecnologia”. Ma no, si risponde, non è vero, c’è Spotify, per esempio, dove pure si può sentire l’album di BachBox.

Ci si distrae? No, viene da rispondere, non è vero. Finché si sente il suono del messenger di facebook. Una volta, due volte, tre volte, quattro. Chi scrive, cosa vuole? Solo dopo il terzo controllo si capisce che quel suono è in una traccia della BachBox.