Ecco quello che i libri di storia non vogliono dire. Sullo sterminio degli Indiani d’America, conosciuto come i “500 anni di guerra”, il “più Grande Olocausto nella storia del genere umano, come durata e perdita di vite umane, si tace ancora. Lo ha denunciato la photoartist Anne de Carbuccia con la sua mostra itinerante One Planet One Future, da New York a Mosca ( il prossimo 22 giugno a Napoli a Castel dell’Ovo).

“L’Olocausto dei nativi americani non fu solo lo sterminio di milioni di persone, fu qualcosa di più profondo. Fu la totale distruzione delle loro avanzatissime culture  in contatto con la natura, la conoscenza delle leggi dell’universo – spiega Anne che ha vissuto, mangiato e dormito con loro -. Amo la loro dignità e il  loro senso di famiglia ma sono  cuori spezzati. Gli Americani forzano i bambini nativi a frequentare le loro boarding school per la loro rehabilitation nel sistema ma poi a 18 anni  ritornano nelle riserve e si ritrovano senza radici. Molti di loro diventano alcolizzati. È una storia molto dolorosa quella dei Native American Indians, fatta di abusi e di violenze”.

Adesso la denuncia parte da un film  I segreti di  Wind River, vincitore della Miglior Regia all’ultimo Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, acclamato dalla critica di tutto il mondo e trascinato da un potente passaparola. Con un ultimatum, il filmaker Taylor Sheridan è riuscito a tagliare i ponti con la compagnia di distribuzione che faceva capo a Weinstein: “La pellicola nasce per puntare l’attenzione su quanto sta accadendo nelle riserve – ha spiegato il regista – E ora i profitti andranno in beneficio all’Indigenous Women’s Resource Center, alle donne indigene che hanno sopportato esattamente gli stessi abusi di cui è accusato Weinstein. È un’oppressione istituzionalizzata e per questo che volevamo mettere il pubblico davanti allo specchio della loro coscienza”. Il film si ispira ad atroci fatti di cronaca e, come recitano i titoli di coda, è dedicato alle native americane violentate, stuprate, ammazzate. La loro vita non vale nulla. Neanche la briga di denunciare la scomparsa. Le autorità non si curano neanche di inserirle nella lista delle persone missing. Questa in breve la sinossi: nell’apparente silenzio dei ghiacci del Wyoming, terra di frontiera e di sconfinata bellezza, un cacciatore solitario ritrova tra le nevi il corpo violentato e senza vita della figlia di una nativa americana. Stessa sorte, tre anni prima, anche alla figlia minorenne del cacciatore, stuprata, uccisa.

Contenuti di denuncia anche nelle fotografie techno (con proiezioni di slide show) del berlinese Tobias Zielony esposte alla galleria milanese di Lia Rumma. Il lavoro Maskirovka, realizzato da Zielony tra il 2016 e il 2017 nella città di Kiev, significa letteralmente “mascheramento” e indica una pratica militare diffusasi in Unione Sovietica a partire dagli anni ’20, basata su strategie di occultamento, camuffamento al fine di confondere il nemico. Il termine “Maskirovka” è tornato in uso per indicare la politica russa nei confronti dell’Ucraina e le operazioni di occupazione in Crimea.

Spaccati giovanili, ambienti urbani marginali, raccontati dalle fotografie, dove ai ragazzi viene rubata una giovinezza senza più sogni. Ci si maschera per nascondere la propria identità, per proteggere il proprio volto dai gas lacrimogeni, ma è anche un momento significativo del rituale dei party underground. Alcol, droga e rock and roll per evadere dallo squallore, dal disagio, dal senza futuro. In nome di tutte le donne che non si arrendono e che combattono fino alla morte. Per Amore. Stefania Barca, attrice di un teatro impegnato, porta  una “Fedra” contemporanea al Teatro milanese Out-Off, che da 42 anni, e non senza difficoltà, mette in scena opere di qualità e di interesse culturale. Fedra, vinta e pervasa dalla passione amorosa per il figliastro Ippolito, trova il coraggio di convocarlo e  di confessargli il suo amore. Già conosce il suo rifiuto, sa che nulla potrà rimuoverlo dalla sua decisione di votarsi ad Artemide. Ma in questo modo riscatta l’amore rifiutato di tutte le donne nei confronti di chi fa voto di castità ad un volere divino superiore. Vendicando questo affronto c’è l’inversione del gioco la vittima che diventa carnefice di se stessa. Al  nuovo governo che, non senza difficoltà, si metterà in piedi chiediamo di non fare i carnefici della cultura.

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