Vent’anni fa e fu subito cult. O quasi. Il Grande Lebowski, il film diretto da Joel Coen, e scritto con il fratello Ethan, uscì nelle sale statunitensi il 6 marzo del 1998. Anteprima mondiale al festival di Berlino il 15 febbraio 1998, in Italia si attese giusto il maggio dello stesso anno per vederlo. Non ci furono code chilometriche all’entrata dei cinema e gli incassi per la Working title films che produsse furono deludenti: 17 milioni e mezzo di dollari negli USA, 96esimo incasso del ’98). Però, come scrisse con estrema sintesi e chiarezza un grande della critica statunitense che non c’è più, Rogert Ebert, “The Big Lebowski” is about an attitude, not a story”, “TBL riguarda un atteggiamento, un modo di essere non una storia”.

Appunto, la storia del film è irrilevante. In breve tempo, tra proiezioni in cineclub, dvd, riviste del settore (il web era ancora agli albori) TBL diventa una subcultura mimetica e condivisa che va oltre gli Stati Uniti, caratterizzata dalla continua evocazione dei personaggi, dalle battute e dal modo di vivere del Drugo (Jeff Bridges), dalle sequenze oniriche e surreali che finiscono su Youtube, riunioni planetarie di sosia dei protagonisti del film, infine gif a ruota libera sui social. Mai come in nessun altro film dei Coen emerge la rappresentazione visiva di un nichilista dolce far niente, essenza idealtipica del rifiuto degli schemi sociali dominanti. “Well, that’s just like your opinion man”.

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