Il boss e il suo gregario avrebbero dovuto segare le sbarre delle finestre della cella con i ‘capelli d’angelo’ che avevano ricevuto nella sala colloqui due giorni prima. Poi il piano era dettagliato: una volta usciti dovevano raggiungere il tetto di un capannone interno al carcere di Foggia, da lì sarebbero poi saltati su un cestello collegato al braccio telescopico di una gru o di un carrello elevatore, posizionati al di là delle mura della struttura carceraria. E via, verso la libertà per festeggiare l’anno nuovo.

La fuga da film di Antonio Quitadamo, considerato uno dei capi del gruppo criminale foggiano attivo tra Mattinata e Vieste, capeggiato da Mario Luciano Romito, ucciso nella strage di mafia del 9 agosto 2017 a San Marco in Lamis, è stata stroncata da un’indagine della procura di Foggia e della Guardia di finanza. Nove le persone arrestate, tutte ritenute vicine al clan e accusate a vario titolo di tentata evasione e detenzione di armi clandestine.

Il momento scelto per la fuga era la notte di San Silvestro, quando tra botti di Capodanno e turni ridotti, la vigilanza delle guardie carcerarie sarebbe stata certamente attenuata. Con i fili diamantati avrebbero dovuto segare le sbarre, poi ad apparecchiare tutto il resto avrebbero pensato i complici. Ma erano intercettati da tempo. Almeno dall’11 ottobre scorso, quando i finanzieri hanno ascoltato una telefonata partita dalla cella numero 3, nella quale era recluso proprio Quitadamo, arrestato a settembre dopo una lunga latitanza e in attesa di sentenze definitive per l’accusa di estorsione.

Gli inquirenti non intervengono subito, aspettano. E il 29 dicembre, quando il gruppo pensa che ormai il piano possa andare in porto, ecco il primo stop con il sequestro dei ‘capelli d’angelo’ durante una visita di uno degli arrestati al boss. Fili perfetti, ritenuti “tecnicamente idonei” dal personale specializzato della polizia penitenziaria di Bari per segare le sbarre. L’evasione, insomma, era davvero possibile.

Ma gli investigatori ascoltavano già tutto e oggi hanno arrestato Quitadamo e i suoi complici. Intercettazioni telefoniche e ambientali, che secondo l’ipotesi della procura hanno permesso di ricostruire anche altro. I due – assieme ad un altro detenuto – grazie al telefonino che avevano a loro disposizione in cella e a diverse schede sim che usavano e gettavano, avevano anche pianificato, assieme a una persona agli arresti domiciliari con il quale erano in contatto, di far entrare in carcere un’arma, indicata in modo criptico come una ‘cinta/cintura’, che doveva servire per uccidere un altro detenuto. E Quitadamo e Hdiouech trattavano con i referenti esterni anche il traffico di sostanze stupefacenti e la compravendita di armi clandestine.

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