A breve ci saranno le elezioni politiche sia in Venezuela (aprile), che in Egitto (marzo). I due Paesi versano in grandi difficoltà economiche e stanno vivendo una preoccupante involuzione autoritaria. Eppure mentre i media e i politici dell’Unione europea sanzionano il regime venezuelano di Maduro, distolgono benevolmente lo sguardo da quello che succede nel ben più vicino Egitto di Al Sisi.

Ho già scritto altrove che il Venezuela è avvitato dal 2015 in una crisi politica, economica e sociale che sta disgregando quella che fino agli anni ’70 era l’economia più ricca dell’America Latina. La convocazione nel 2017 di un’Assemblea costituente senza la partecipazione dell’opposizione (che pure aveva la maggioranza in Parlamento) assomiglia più a un colpo di Stato che alla riscrittura del patto fondamentale tra Stato e cittadini. Le scelte economiche di Maduro da quando è diventato Presidente nel 2013 sono state disastrose. La politica del cambio ha arricchito i pochi privilegiati in grado di usufruire di dollari al cambio ufficiale. I prezzi stracciati della benzina hanno alimentato un mercato nero in crescita esponenziale.

L’indebitamento con la Russia e la Cina ha come contropartita l’accesso dei due Paesi alle risorse naturali venezuelane, non si sa bene a quali condizioni. La produzione di petrolio, dalla cui vendita dipendono per intero le casse venezuelane, è crollata di un terzo dal 2014. Da qualche settimana è cominciata una campagna “anti-corruzione” sul modello saudita per delegittimare chiunque, specie all’interno del mondo chavista, potesse presentare proposte diverse da quelle della cricca al potere. Ciliegina sulla torta, il governo ha convocato nuove elezioni politiche che saranno disertate dall’opposizione.

Il governo di Maduro è stato sanzionato dagli Stati Uniti che vedono nel chavismo una minaccia alla stabilità dei Caraibi e dell’intera regione. L’Unione europea si è accodata sanzionando a sua volta una serie di esponenti chiave vicini a Maduro in nome della “violazione dei diritti umani” e del “mancato rispetto dei principi democratici“.

Guardiamo ora più vicino a casa nostra. Guardiamo all’Egitto. Lì, dal 2013 si è imposto un regime militare con un colpo di Stato contro il Presidente Mohamed Morsi, eletto democraticamente seppure inviso a molti egiziani che guardavano con inquietudine la politica dei Fratelli musulmani. Languano nella carceri egiziane più di 60 mila detenuti politici, un numero pari all’intera popolazione carceraria italiana. Quanto sia drammatica la situazione abbiamo avuto modo di testarlo quando apparati dello Stato egiziano hanno prelevato e poi trucidato Giulio Regeni, reo di svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti. A conferma dell’alta concezione dei “diritti umani” vigente in Egitto, gli stessi apparti di Stato, tentando maldestramente di coprire le loro tracce nell’affare Regeni, hanno organizzato una macabra messinscena trucidando a sangue freddo altri cinque malcapitati.

L’economia egiziana, nonostante l’aumento esponenziale delle tariffe per i servizi essenziali, è tenuta in vita con la respirazione bocca a bocca: 12 miliardi di prestiti del Fmi, circa 35 miliardi dalle monarchie del Golfo, in tutto circa 80 miliardi di dollari di prestiti internazionali. Il servizio del debito estero si porta via il 32% della spesa pubblica, mentre Al Sisi continua ad investire su megaprogetti, come l’ampliamento del Canale di Suez e la costruzione della Nuova Cairo, che arricchiranno unicamente esiguo numero di imprenditori e affaristi.

Alle prossime elezioni egiziane (che a mio parere sono una farsa) non si potrà ovviamente candidare alcun esponente dei Fratelli musulmani (secondo al Al Sisi sono “terroristi”, così come per Maduro lo sono i liberali). Chiunque abbia un minimo di autorevolezza è stato costretto a ritirarsi e, a oggi, l’unico sfidante alla presidenza è un ex sostenitore di Al Sisi.

In Egitto però, l’Unione europea non riscontra violazioni dei “diritti umani” e dei “principi democratici”. Forse perché a mettere in discussione questi stessi principi è un regime che ritiene importante per tenere a freno il fondamentalismo islamico e i movimenti migratori. I governi europei fanno invece a gara a chi riesce a vendere più armi (specialmente la Francia), o ad accaparrarsi le risorse naturali (specialmente l’Italia). Non sarà mai troppo tardi per abbandonare la vuota retorica dell’Europa paladina dei diritti umani, discutendo sia nei Parlamenti nazionali che nel Parlamento europeo, di quale debba la strategia di lungo periodo nei confronti dei vicini della sponda sud del Mediterraneo.

L’atteggiamento verso l’Egitto sarà la pietra angolare dell’approccio europeo al futuro della regione. La prima cosa da domandarsi è se, in nome del matrimonio di interessi con regimi autoritari come quello di Al Sisi, sia giusto rinunciare al dialogo con i movimenti che erano stati protagonisti della stagione delle “primavere arabe“, inclusi i movimenti politici islamisti a carattere democratico. Se la risposta dovesse essere affermativa, teniamoci pronti a chiudere in un cassetto il rispetto dei “diritti umani” e dei “principi democratici” a sud del Mediterraneo per i decenni a venire.

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