Un Paese ha laghi enormi, una vegetazione lussureggiante, uno degli estuari più grandi del mondo (il Delta dell’Orinoco), una popolazione prevalentemente cristiana, affaccia sul Mar dei Caraibi. L’altro, in gran parte desertico, è la culla dell’Islam ed affaccia sul Golfo Persico (o Golfo Arabo, come lo chiamano le monarchie del Golfo). Un Paese dal 1958 è stato una democrazia liberale, l’altro prende il nome direttamente dal suo primo sovrano Abd al Aziz al Saud ed è rimasto una monarchia assolta dalla sua creazione nel 1932.

Pur così diversi, il Venezuela e l’Arabia Saudita hanno in comune una caratteristica naturale che li avvicina inevitabilmente.

Questa caratteristica naturale, i più lo avranno già capito, è quella di contenere alcune delle regioni petrolifere più produttive del mondo: in Venezuela l’enorme-lago estuario di Maracaibo, mentre in Arabia Saudita la Provincia dell’Est con giacimenti petroliferi più grandi del mondo e dove risiedono le principali comunità sciite del Paese.

Il ministro del Petrolio venezuelano Juan Pablo Pérez Alfonzo (oggi ricordato come il “padre dell’Opec”), insieme ad Abullah al Tariki, il primo ministro del Petrolio saudita conosciuto come lo “sceicco rosso” per le sue simpatie nasseriane, furono i protagonisti indiscussi della nascita dell’Opec, organizzazione che si incontrò per la prima volta settembre nel 1960 a Baghdad.

Già alla fine degli anni 20 il Venezuela era diventato il maggiore esportatore di petrolio al mondo, il primo “petrostato” al mondo, posizione che mantenne per 40 lunghi anni fino alla fine degli anni 60. Dall’inizio degli anni 70 il posto le venne strappato dell’Arabia Saudita che è rimasta il primo esportatore al mondo fino ai giorni nostri.

Petrostati come il Venezuela e l’Arabia Saudita hanno alcune caratteristiche chiave in comune. Il petrolio rappresenta la quasi totalità delle loro esportazioni. Il ricavato dalla vendita del petrolio sul mercato internazionale (la “rendita internazionale”) copre quasi interamente le entrate statali e garantisce la capacità di importare beni di consumo, manodopera più o meno qualificata, strumenti industriali.

Siccome il cuore dei petrostati batte petrolio, il Venezuela e l’Arabia Saudita, sono entrati in una crisi drammatica quando i prezzi del petrolio si sono dimezzati a partire della fine del 2014. A noi europei sembra destabilizzante un calo delle entrate fiscali dell’1 o del 2 per cento in un anno. Immaginate l’impatto devastante quando, come capitato al Venezuela e all’Arabia Saudita, le entrate fiscali calano in un solo anno del 50 per cento!

Non mi interessa entrare nel merito degli errori delle rispettive classi dirigenti negli anni delle vacche grasse, quando prezzi del petrolio veleggiavano sui 100 dollari al barile. Mi interessa invece mettere in luce quanto sia la nuova leadership chavista guidata dal Presidente Maduro in Venezuela, che quella del giovane principe ed erede al trono Mohamad bin Salman, nuovo uomo forte della dinastia saudita, stiano adottando approcci simili per reagire alla crisi dei rispettivi Stati.

La prima similitudine sta nella lotta feroce per il consolidamento del proprio potere, scalzando e screditando le vecchie classi dirigenti politiche ed economiche. In entrambi i Paesi, dietro slogan ideologici incentrati sul superamento della dipendenza dal petrolio e la lotta ai conservatorismi (in Arabia Saudita contro il conservatorismo religioso, in Venezuela contro il capital-fascismo), è partita una violentissima campagna di “lotta alla corruzione”. In Venezuela ne hanno fatto tra l’altro le spese decine dirigenti chavisti della compagnia nazionale del petrolio PDVSA, in quella che è stata definita “la più grande operazione anticorruzione della storia del Venezuela“. In Arabia Saudita un consistente drappello di circa 200 tra reali e ricchi imprenditori è stato rinchiuso, senza alcun processo e con l’accusa di corruzione, in un hotel di lusso di Riyadh allo scopo di recuperare miliardi di dollari rubati.

In un petrostato tutto il sistema economico è una gigantesca opera redistribuzione di una ricchezza che viene dall’esterno. La “lotta alla corruzione” è più che altro un nome in codice per dire che questa rendita sarà redistribuita a nuovi gruppi di potere e attori economici diversi da quelli passato.

L’altra similitudine, assai paradossale considerando la differenza ideologica dei regimi, è la volontà di aprire l’economia in generale, e il settore petrolifero in particolare, al capitale internazionale. Nel caso dell’Arabia Saudita questa apertura è stata sbandierata ai quattro venti tra l’altro con l’impegno a vendere una quota della società petrolifera nazionale ARAMCO, il sui valore complessivo viene stimato intorno 2 trilioni di dollari (di gran lungo la società più del mondo). Nel caso del Venezuela socialista, la volontà di apertura agli investitori internazionali, già evidente nel settore minerario non petrolifero, ha nel settore petrolifero lo scopo di rilanciare una produzione che è declinata del 30% nel giro di tre anni. A farne le spese per ultimo è stato Rafael Ramirez, per 12 anni ministro del Petrolio e guida di PDVSA, braccio destro e ideologo delle politica petrolifera nazionalista di Chavez, sul quale le autorità venezuelane hanno annunciato l’apertura di un’inchiesta per corruzione.

Il capitalismo internazionale (incluso quello cinese e russo) ha da leccarsi i baffi di fronte a quanto sta avvenendo sia in Venezuela che in Arabia Saudita: praterie aperte a nuovi investimenti e lauti profitti.

C’è un “ma”. Queste aperture ai capitali stranieri, accoppiate ad uno stretto controllo sulla partecipazione politica (eufemismo), rischiano di portare allo svuotamento di apparati statali e di un sistema di legislazione che, nel tempo, erano stati più o meno in grado di tenere sotto controllo il settore petrolifero. Il rischio riguarda da un lato i cittadini venezuelani e sauditi che potrebbero trarre sempre meno benefici dall’estrazione di quelle che, fino a prova contraria, sono “loro” risorse naturali. Dall’altro, potremmo tutti trovarci davanti ad un rilancio in grande stile e senza regole della produzione di petrolio, con gli effetti che sappiamo per il riscaldamento globale.

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