La Fondazione nazionale commercialisti mette in palio delle borse di ricerca. Ma all’indomani dell’assegnazione iniziano i malumori che sfociano in una segnalazione all’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone. A voler far piena luce sui meccanismi di attribuzione delle borse di studio è Giovanni Esposito, dottore commercialista, revisore contabile e anche piccolo azionista del Sole24Ore tra i primi a denunciare la mala gestio del giornale di Confindustria. Secondo Esposito “non vi è trasparenza nell’assegnazione degli incarichi di ricercatore retribuiti (non è dato sapere neanche le generalità degli assegnatari) ed è stato opposto un pervicace ostruzionismo alla richiesta di accesso civico effettuata dallo scrivente, come documentato in allegato”. Il commercialista invita quindi l’Anac a “valutare se detta Fondazione (emanazione dell’Ordine professionale, ndr) rispetti gli obblighi di trasparenza e consenta l’effettivo esercizio dell’accesso civico agli atti”.

Ma cosa è accaduto esattamente? Dopo l’assegnazione degli assegni di ricerca il 22 settembre 2017, Esposito ha presentato regolare richiesta di accesso agli atti, ma l’ente presieduto da Massimo Miani ha respinto l’istanza opponendo la legge sulla privacy. “Premesso che l’accesso agli atti non presuppone alcuna giustificazione – spiega Esposito in una email inviata alla Fondazione – Le notizie in mio possesso mi inducono a credere, con ragionevole certezza, che almeno uno dei partecipanti alla selezione fosse titolare di cattedra, vincitore di concorso per professore associato in materia oggetto di selezione, nonché autore di prestigiose pubblicazioni scientifiche in materia. Atteso che tale soggetto non è presente in nessuna delle classifiche individuate per aria, ritengo che la mia Fondazione abbia l’obbligo di dare conto della correttezza operata, inoltrarmi, quantomeno, i curriculum vitae dei 12 soggetti che, a parere della commissione, siano stati ritenuti maggiormente idonei. Diversamente la selezione avvenuta sarebbe censurabile, perché viziata dalla carenza di metodologie oggettive”.

Interpellata da ilfattoquotidiano.it, la Fondazione dei commercialisti ha dichiarato che il processo di assegnazione delle borse di studio è regolare ed è “ad insindacabile giudizio della Commissione nominata dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione Nazionale dei Commercialisti e senza obbligo di formalità selettive”, come recita uno dei bandi disponibili sul sito dell’ente che fra i suoi ricercatori annovera anche Roberto De Luca, figlio del governatore della Campania. Esperto in materia di finanza aziendale, De Luca è stato selezionato per la prima volta nel 2011 per essere poi rinnovato ogni anno dalla commissione della Fondazione che non ritiene di dover fornire chiarimenti in merito ai criteri di scelta dei ricercatori.

Tuttavia, come si legge nella segnalazione inviata all’Anac, la Fondazione “raccoglie 1,5 milioni di euro annui di contributi con enti pubblici (dati bilancio 2016), di cui 439mila euro vengono spesi in compensi e rimborsi degli organi sociali e 634mila in compensi e rimborsi di 23 ricercatori (media 27mila euro l’anno)”. Non si tratta di cifre da poco. Soprattutto perché per statuto (articolo 13) la Fondazione prevede che tutte le cariche siano gratuite, “salvo il rimborso delle spese di viaggio e di soggiorno e di quelle comunque sostenute in ragione dell’incarico e debitamente documentate, salvo il compenso dei membri del Collegio dei Revisori”. Ma i revisori, secondo il bilancio 2016, hanno ricevuto solo 53mila euro. I restanti 400mila euro sono andati al cda (342mila euro) e al comitato scientifico (43mila euro). Quanto ai ricercatori, invece, i compensi sono molto variabili: i co.co.co vanno da 60mila a 24mila euro, mentre i ricercatori con contratto di consulenza per incarico di ricerca (le borse di studio appunto) passano dai 60mila euro della sezione fiscale, ai 30mila dell’area di ricerca sugli enti pubblici per arrivare ai 12mila euro della borsa di studio del commercialista Roberto De Luca.