Niente tacchette del Wi-Fi, niente WhatsApp, niente mail. Non è un incubo ma una sfida social(e) rivolta a famiglie e ragazzi per passare un’intera giornata senza smartphone e rete internet e cercare di contrastare la dipendenza da connessione. Sembra la sceneggiatura di un film e in effetti lo Sconnessi Day viene direttamente dal grande schermo: in occasione dell’uscita di Sconnessi, pellicola di Christian Marazziti, l’intero cast (tra cui Fabrizio Bentivoglio, Carolina Crescentini, Ricky Memphis) ha invitato a fare come loro, passare 24 ore isolati dal mondo di internet.

Nata in collaborazione con Consulcesi Club, l’iniziativa fa eco alla novità che il Ministero della Salute presenterà proprio domani, l’“Internet e adolescenti: I.A.D. (Internet Addiction Disorder) e cyberbullismo”, un corso di formazione riservato al personale sanitario per sensibilizzare i giovani e gli studenti verso una disconnessione dalla rete in favore di una maggior connessione umana e di un corretto uso della tecnologia. Nella commedia uno scrittore, per combattere la dipendenza social, decide di isolarsi insieme alla famiglia in uno chalet di montagna per tentare di riprendersela dalla morsa della rete. Quello di Marazziti è il tentativo semiserio di riflettere su quello che ormai oggi è diventata la routine delle sedute dallo psicoterapeuta. Si chiama nomofobia, “colpisce” i più giovani e forse anche di più gli adulti ed è la folle e incondizionata paura di restare lontani e quindi sconnessi dal proprio cellulare e dalla rete mobile con la conseguente ansia da disconnessione dal mondo intero.

Lo Sconnessi Day è un esperimento sociale, d’accordo, ma ha anche il sapore di sfida, il gusto di essere, per un giorno, i protagonisti di una delle quelle storie del “cosa accadrebbe se…?” che tanto piacciono a Hollywood. Ma come sarebbe davvero passare 24 lentissime ore lontani da un cellulare, senza l’ansia di trovare l’angolazione più assurda per farlo prendere o l’angoscia delle notifiche Facebook? Ci alzeremmo la mattina dovendo spegnere la sveglia analogica appollaiata sul comodino, probabilmente lanciandola contro il muro (gesto che con uno smartphone potrebbe costarci una catastrofe finanziaria), dovremmo chiamare amici e parenti interrogando i meandri più nascosti della memoria per avere il numero di telefono che non abbiamo mai memorizzato, così abituati ad un semplice clic sul contatto salvato, dovremmo rivedere il sorriso compiaciuto del nostro edicolante di fiducia pronto a venderci due-tre quotidiani che ci farebbero restare aggiornati sulle notizie del giorno, ci toccherebbe pranzare in silenzio guardando e ascoltando le storie, i dolori, le lamentele delle persone che abbiamo davanti e per una giornata intera riscopriremmo muscoli della nostra faccia, costretti a riprodurre quegli stati d’animo che tanto siamo abituati ad esprimere con fredde e secche emoticon o emoji su WhatsApp e i vari social.

È un esperimento per sensibilizzare su un’altra, delicata, forma di dipendenza. È la sfida 2.0 per lasciare il telefono sul tavolo e parlare a quattrocchi, per (ri)provare che cosa significhi vivere sconnessi dalla rete e dal mondo digitale ma connessi con il mondo vero e per dare tregua alle nostre palpebre. Dura “solo” 24 ore. Voi ci riuscireste?

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