Giro giro tondo Gabriele Muccino casca per terra. A casa tutti bene lascia un ferito sul terreno ischitano. Non grave, ma l’effetto shock dell’ennesimo aggiornamento di stile c’è tutto. Questa volta il vorticare su traiettorie da curvilinee con la macchina da presa, fa come perdere momentaneamente conoscenza al regista romano. Tratto distintivo stilistico da Come te nessuno mai in avanti, con apoteosi conclamata ne L’Ultimo bacio, in questa storia di “parenti serpenti” girata ad Ischia con una ventina di attori tutti sempre sul set, il tumulto dell’anima dei protagonisti non trova adesione spontanea al tecnicismo sbandierato con impeto. Sarà che il sovraffollamento del set rischia di procurare più disorientamento che eterogeneità nel racconto, sarà che il tempo a disposizione per andare in profondità alle singole psicologie è matematicamente risicatissimo (venti personaggi per centocinque minuti di durata, cinque minuti e qualcosa a testa, e tutti devono sempre stare dentro l’inquadratura), ma A casa tutti bene – oggi in sala – fatica a farsi leggere come un travolgente affresco di un dramma familiare e sentimentale.

Le nozze d’oro di mamma e papà (Ivano Marescotti e Stefania Sandrelli) vengono festeggiate su un’isoletta in mezzo al Tirreno, là dove i coniugi si sono ritirati da anni, dai tre figli (Accorsi, Favino e Impacciatore) e dalle relative concatenazioni di parentado: tra cui ex mogli, figli avuti da precedenti matrimoni, e tutto il ramo di discendenti tra nipoti e nuore provenienti dalla sorella (Sandra Milo) del patriarca. Impossibile citare tutti e venti gli attori e le relative linee di parentela. Basti la semplice esposizione degli accadimenti tra cui il maltempo che obbliga tutti a rinviare la partenza dall’isola. Così se la presenza dei parenti era prevista per qualche ora fin dopo pranzo, l’attesa si prolunga per una notte e oltre con annesso uso di dependance e sistemazioni per terra (per la coppia dei più poveracci – Tognazzi/Michelini), isterie e urla tra coppie sposate, scopate furiose nella scafo di una barca in disuso (il giovane scrittore globetrotter Accorsi con la cugina di secondo grado che ha atteso quel momento da vent’anni), e pure la povera Claudia Gerini che si lamenta del marito Massimo Ghini affetto da Alzheimer. Insomma di tutto un po’ dentro alla lavatrice Muccino con un Paolo Costella allo script a tinteggiare lo stereotipato background dei singoli ridotto talmente all’osso che le specifiche antropologiche (tipo il capofamiglia che era comunista e poi proprietario di un ristorante) o le massime da rotocalco (“Siamo femmine ce la possiamo fare”) provocano un certo imbarazzo.

A Muccino sfugge letteralmente di mano sia il ritmo che la direzione del racconto. L’esplosivo big bang dei non detti tra coppie e familiari diventa moscio vezzo e mai sostanza, impellenza metodologica e non spinta naturale che sgorga dalla storia. Insomma, all’interno di questa capsula sottovuoto dello spazio scenico, alterato freneticamente dai toni della tragedia, i personaggi non si sono sostanzialmente detti nulla. Il continuo borbottio incazzereccio sulla crisi continua del concetto di famiglia non fa altro che suonare a vuoto accompagnato dall’oramai artificiosa presenza delle composizioni di Nicola Piovani. Ovvero il “tocco d’autore” di “qualità” che fa notare più la presenza dell’autore (“oh ma questo è Piovani!”) che l’amalgama tra note e contesto (Paolo Buonvino è lo storico compositore mucciniano che ha saputo variare con maestria l’approccio alle diverse partiture di scrittura e di regia dei film del nostro). E sempre per rimanere in tema di stonature sono diversi e popolari (Celentano, Cocciante, ecc) i brani di musica leggera italiana che escono dal pianoforte non accordato del personaggio interpretato da Tognazzi. Pianoforte attorno al quale si prova a riunire spesso l’intera famiglia. Metafora davvero pesante con il volgo rozzo che preme dal basso a casa degli arricchiti pieni di problemi con sul finale la non assoluzione morale dei presenti (si salvano il malato e i ragazzini). Roba che nemmeno in Festen.

Infine ci sono pure i momenti autobiografici di Muccino (o almeno questa è stata una lettura possibile da parte di diversi critici). Grazie al presunto alter ego del personaggio interpretato da Favino, marito vessato dalla moglie, attratto dalla presenza dell’ex compagna con cui ha avuto una figlia (che è lì in scena e sembra fregarsene genericamente un po’ di tutta la storia che le passa attorno), ecco il gesto omicida dell’uomo nel tentare di spingere la moglie giù dal burrone per poi scusarsi infinitamente senza però mai far sopire le cause dell’azione compiuta. Insomma un caravanserraglio di topoi mucciniani privi di anima e di pathos rimescolati alla meglio per infilarsi nuovamente dentro alla produzione italiana, dopo la parentesi piacevole e riuscita delle produzioni statunitensi. Peccato perché Muccino negli anni ruggenti de L’Ultimo Bacio e Ricordati di me aveva costruito una galleria di eccentricità narrative e stilistiche che erano riuscite a descrivere perfino narcisistiche mode e idiosincrasie dell’oggi. Un’ultima notazione: come nel tipico Muccino touch gli attori, e soprattutto Accorsi, hanno il fiatone mentre pronunciano le battute. Spesso l’effetto è dovuto alla corsa e alla concitazione delle azioni compiute dai personaggi. In A casa tutti bene invece gli attori spesso sono senza fiato anche da fermi. Il caso emblematico avviene quando Accorsi scende dal traghetto. Sulla barca era stato sereno e tranquillo fermo su una balaustra a chiacchierare, ma tre secondi dopo mette piede a terra e al primo dialogo ansima come un olimpionico dei tremila siepi.