Quasi un anno di contratto co.co.co. a progetto. Nessun recapito, nessun indirizzo, nessuna mail sulla quale contattare il lavoratore appena assunto per non fare nulla. Solo il codice Iban del conto corrente di una banca a Montecarlo dove accreditare 1200 euro al mese dal giugno 2013 all’aprile 2014. Un contratto “fittizio” costato in realtà 1600 euro al mese, compresi i contributi versati.

Il deputato di Ala Ignazio Abrignani, ex Forza Italia, ha dato il suo contributo al Paese per risolvere il problema della disoccupazione. Lo ha fatto pagando una collaboratrice che non ha collaborato e alla quale, per 10 mesi, ha invece pagato lo stipendio. E poco importa se della signora Chiara Rizzo conosceva solo il nome, non aveva mai visto il volto e ignorava che fosse la moglie dell’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, latitante a Dubai dopo la condanna per concorso esterno con la ‘ndrangheta. Fino al giorno del suo arresto, nell’aprile 2014, il contratto è stato regolarmente onorato dal deputato ed ex capo della segreteria politica dell’ex ministro dell’interno Claudio Scajola.

Uno dei compiti dei parlamentari è aiutare le persone che hanno bisogno, trovargli un lavoro e, se è il caso, darglielo. Ignazio Abrignani lo fece senza battere ciglio. Pagò di tasca sua 16mila euro in un anno senza nessuna domanda. D’altronde la richiesta arrivava proprio da Scajola, imputato oggi assieme alla Rizzo nel processo Breakfast con l’accusa di essersi interessato per favorire il trasferimento di Matacena dagli Emirati Arabi in Libano

Il rapporto di lavoro tra Abrignani e Chiara Rizzo è stato al centro dell’udienza che si è celebrata a Reggio Calabria dove il deputato di Ala è stato chiamato a testimoniare. Le sue risposte al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e al presidente del Tribunale Natina Pratticò sono state a tratti imbarazzanti. Sicuramente sintomatiche di come il principio di sussidiarietà, tra parlamentari, è un qualcosa che supera di gran lunga l’inopportunità di assumere una persona per non fare niente. In realtà “era un contratto che a me non serviva – spiega Abrignani – nel senso che era un qualcosa che io facevo a lui. Rapporti diretti con Chiara Rizzo non ne ho mai avuti. Ci siamo conosciuti soltanto oggi per la prima volta sull’aereo che anche lei ha preso per venire qui”.

Ma andiamo con ordine. “Nel giugno-luglio 2013 – racconta sempre il testimone – Claudio Scajola, al quale sono legato da rapporti personali e di amicizia, mi chiese di dare una mano a una persona a cui lui disse teneva molto e che era in gravi difficoltà economiche. Mi disse: ‘Ignazio bisogna dargli una mano. Gliel’avrei data anche io, ma non essendo stato eletto mi rivolgo ai miei amici’. Gli risposi: ‘Claudio non la conosco ma lo faccio a te. Perché insomma per il rapporto che c’è, se tu mi chiedi una cosa io non potrei assolutamente sottrarmi’”.

Per Chiara Rizzo inizia così l’esperienza di “collaboratrice fantasma” dell’onorevole Abrignani. I due non si incontrarono nemmeno per la firma del contratto: “Predisposi una copia del contratto – sono sempre le parole del deputato – lo diedi a Claudio, lui lo fece firmare alla signora Rizzo e me lo portò indietro. Quel nome per me era assolutamente anonimo. Siccome io mi occupavo di turismo, Claudio mi disse che la signora conosceva il mondo e che sotto questo profilo mi poteva dare un contributo”.

Ma prima del contributo che la moglie di Matacena poteva fornire come collaboratrice, si presumeva che parlasse con il suo datore di lavoro. E invece no. Dopo mesi di bonifici per un contratto a progetto (senza progetto) – ricorda Abrignani – “ho chiesto un paio di volte a Claudio di poter interloquire con questa persona. Claudio mi disse che sarebbe avvenuto successivamente. Poi è successo che li hanno arrestati per cui scrissi una lettera di disdetta. Io il contratto l’ho fatto al mio amico”.

Su questo il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo non ha dubbi. Dalle carte del processo Breakfast è chiaro che è stato Scajola a fare assumere Chiara Rizzo da Abrignani il quale, alla domanda del pm su cosa la sua collaboratrice fece concretamente, risponde così: “Non fece nulla. Diciamo che per i contratti a progetto ci sta. Riconosco che in quel momento il rapporto era tra me e Claudio. Mi chiese questo tipo di aiuto e gliel’ho dato. Mi fidavo di quello che diceva Claudio”.

“Possiamo dire che, alla fine, era un contratto fittizio”. Il presidente del Tribunale Natina Pratticò sbotta, non usa mezzi termini per definire il co.co.co. a progetto come “fittizio” e dà la sensazione di essere quasi infastidita da come, nel 2018, un parlamentare della Repubblica possa spacciare un favore a un suo ex compagno di partito come un contratto di lavoro. “Claudio non mi ha mai detto ‘questo è un contratto che la signora non onorerà’ – si giustifica Abrignani –  Potrebbe avere avuto anche un senso perché occupandomi io di turismo… se la signora aveva viaggiato, mi faceva un quadro dei posti in cui era stata, delle problematiche che c’erano e che cosa aveva trovato, sarebbe stata una cosa utile. Non l’ho mai ritenuto un contratto fittizio”. In altre parole, per il deputato di Ala, una relazione sui viaggi fatti da Chiara Rizzo avrebbe giustificato i 16mila euro spesi per il suo contratto: “Claudio mi aveva detto che alla fine un prodotto ci sarebbe stato. In quel momento io stavo facendo una cortesia a un mio amico”.