Purtroppo la democrazia è viva e vegeta. Purtroppo per loro, dico. Perché fino a prova contraria in Italia la libertà di fare una battuta esiste ancora. Anche se la battuta è sgradevole, sbagliata e non fa ridere. Anche se è una battuta inqualificabile. Perché quella su Claretta Petacci rientra in questa categoria. La si può giudicare tale, si può condannare il suo autore, Gene Gnocchi, gli si può consigliare di godersi la meritata pensione. C’è una cosa che però in Italia non si può fare, purtroppo per loro, dico: non lo si può minacciare, non si può invitare chicchessia a prenderlo a schiaffi e calci come ha fatto Forza Nuova, una delle formazioni di estrema destra che sono riuscite a ritagliarsi uno spazio nel dibattito politico e titoli sui giornali di questo Paese.

Invece è quello che è successo. “Per noi il vero maiale è Gene Gnocchi. Non solo però. Invitiamo tutti quelli che portano Claretta nel cuore di prenderlo a calci nel sedere e a schiaffi futuristi ovunque questo balordo venga incontrato”, scrive Forza Nuova Roma sulla sua pagina Facebook commentando l’uscita a dir poco infelice di dare il nome della donna che ha condiviso la sorte di Benito Mussolini al suino che scorrazza tra i rifiuti di Roma.


Un accostamento deplorevole, ma che un merito ce l’ha: quello di aver mostrato il vero volto di Forza Nuova e di molti dei protagonisti dell’area ideologica di cui il movimento fa parte. Puntano a dare l’impressione di essersi ripuliti e di aver abbandonato i metodi antichi (che vanno dall’evocazione all’uso di manganelli, schiaffi e olio di ricino), tengono le effigi del Duce e le croci celtiche nei loro circoli ascrivendo l’usanza alla categoria della libertà di pensiero, indossano il vestito presentabile della “destra sociale” per andare a portare la spesa agli anziani nei quartieri più difficili. Ma non sono cambiati: l’irruzione del manipolo di skinhead del Veneto nella sede dell’associazione Como senza frontiere, il blitz a volto coperto degli uomini di Roberto Fiore del 6 dicembre sotto la sede de La Repubblica e il messaggio con cui il leader lo salutava (“E’ il primo atto di una guerra politica al Gruppo Espresso e al Pd”) parlano chiaro.

I cugini di Casapound vestono meglio i panni dei fascisti moderati: “I blitz sotto i giornali sono inopportuni, perché danno l’idea che si voglia chiudere la bocca a qualcuno”, commentava politicamente corretto il blitz a largo Fochetti il segretario nazionale Simone Di Stefano. Ma sono gli stessi che il 10 luglio dello scorso anno improvvisarono in spiaggia a Ostia una spedizione per cacciare i venditori ambulanti stranieri, rimediando una denuncia per violenza privata. Erano capeggiati dal leader locale Luca Marsella, volto pulito accusato di minacce da un candidato consigliere del X Municipio e già condannato a due mesi con pena sospesa per le minacce di morte rivolte ad alcuni liceali che avevano manifestato contro l’apertura di un circolo di CPI in città. E che il 7 novembre, all’indomani dell’exploit nelle elezioni locali, prometteva su Facebook: “Saremo in Parlamento a prendere a calci i traditori della patria“.

Le parole di Gnocchi hanno anche il merito di mettere in luce un altro aspetto della questione: i calci promessi al comico sono passati sotto silenzio, senza che nessuno da destra né da sinistra sia intervenuto per difenderlo. Non per la battuta, ma dalla minaccia. Segno del grado di inquinamento che affligge il dibattito e il linguaggio della politica. Assuefatta a espressioni come “sostituzione etnica” (ripetuta come un mantra da Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Casapound e Forza Nuova), “invasione pianificata” (come sopra), “pulizia etnica” (Salvini a Radio Padania il 17 febbraio 2015), i “quattro ragazzotti con un volantino” con cui il leader della Lega ha più volte minimizzato l’irruzione di Como, la classe politica non ha avuto il minimo segno di reazione. Fino alla difesa della “razza bianca” invocata dal candidato leghista alla Regione Lombardia, Attilio Fontana.

Se non si possono fare battute sbagliate allora perde per intero il suo valore tutta la battaglia fatta per Charlie Hebdo: perché i giornalisti del settimanale satirico francese avevano il diritto di fare satira cattiva e sgradevole (anche la vignetta sul terremoto nel Centro Italia in cui le macerie erano raffigurate come lasagne grondanti sangue) senza essere ammazzati e un comico non gode del medesimo diritto senza dover subire la minaccia di essere passato sotto il manganello? Dove sono quelli che il 7 gennaio 2015 difendevano la libertà di parola?