Dopo la guerra della mozzarella, si apre un altro scontro tra Puglia e Campania: questa volta al centro c’è il pomodoro pelato. Il Comitato promotore per il marchio di tutela del pomodoro pelato ha presentato a luglio scorso al ministero delle Politiche agricole e alle Regioni Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise e Puglia la domanda per il riconoscimento dell’Indicazione geografica protetta ‘Pomodoro Pelato di Napoli’. L’obiettivo è quello di spingere la crescita dei consumi e di riconquistare quote di mercato perse negli ultimi decenni. Parliamo di quasi il 10 percento l’anno. A dicembre scorso il Comitato aveva ottenuto l’assenso da quasi tutte le Regioni coinvolte. Quasi, appunto. Perché mancava e manca ancora la Puglia. Qualche giorno fa, infatti, è arrivato l’invito a esprimersi da parte del ministero dell’Agricoltura alla Regione guidata da Michele Emiliano. Che di perplessità sul riconoscimento ne ha tante.

DOVE SI PRODUCE IL POMODORO – Come raccontato nel dossier “Spolpati, la crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e insostenibilità”, terzo rapporto della campagna #FilieraSporca, promossa dalle associazioni daSud e Terra!, tradizionalmente, il pomodoro era coltivato nella regione dell’agro-nocerino-sarnese. Verso la fine degli anni ‘80, però, l’erosione dei terreni causata da un’urbanizzazione selvaggia e una virosi che ha distrutto i raccolti, hanno spinto i produttori campani a cercare nuovi appezzamenti. Da quel momento in provincia di Foggia, nella Capitanata, si è iniziato a coltivare sempre di più il pomodoro. Quello raccolto in Puglia viene trasportato alle industrie di trasformazione che, a parte alcune eccezioni, si trovano quasi tutte in Campania. Il risultato è che viene raccolto in provincia di Foggia il 95 percento dei pomodori pelati prodotti al Sud (7 milioni di quintali).

LA RICHIESTA DEL COMITATO E L’OPPOSIZIONE DELLA PUGLIA – Secondo il presidente del Comitato promotore Igp, Lino Cutolo, la tutela del pomodoro pelato consentirebbe anche “di contrastare, sui mercati internazionali, il fenomeno dell’italian sounding che danneggia i nostri produttori e ci sottrae risorse economiche”. Ad assistere il Comitato promotore nel processo istruttorio è l’Associazione nazionale degli industriali conservieri, che ha sede a Napoli. “L’Anicav – aveva dichiarato il direttore generale dell’associazione, Giovanni De Angelis – si è fatta promotrice di un percorso volto a tutelare il pomodoro pelato attraverso il riconoscimento di una Igp che potesse diventare un strumento utile a fronteggiare le difficili scommesse del mercato globale”. E se l’associazione sottolinea il ruolo della Campania nel processo di trasformazione del pomodoro, la Puglia non ci sta e, come scrive la Gazzetta del Mezzogiorno, l’assessore regionale alle Politiche agricole, Leonardo Di Gioia, ha convocato un vertice con i produttori foggiani. Che sottolineano tre aspetti: la stragrande maggioranza del prodotto viene coltivata in Puglia, pur avendo molte Organizzazioni di produttori sede legale in Campania, i loro soci sono tutti dell’area foggiana e, infine, già da qualche anno un quarto del pelato raccolto nel foggiano, viene anche trasformato in Puglia. Per questa ragione gli operatori non sono contro il riconoscimento in sé, ma ritengono che l’Indicazione geografica che fa riferimento a Napoli sia uno scippo in piena regola.

LA GUERRA TRA INDUSTRIA E PRODUTTORI – Ma lo scontro tra industria e produttori di pomodoro pelato non è una novità. A maggio scorso, a circa due mesi dall’avvio della raccolta del pomodoro, si aprì una vera e propria guerra. Con l’industria – denunciava la Confederazione italiana agricoltori – che offriva tra gli 82 e gli 87 euro per tonnellata, mentre i produttori non potevano scendere sotto i 95 euro per la varietà tonda (quella destinata alla passata) a 105 euro per quella lunga (idonea alla trasformazione in pelati). Il comparto muove oltre 3 miliardi di fatturato all’anno, per una superficie coltivata che supera i 30mila ettari. E al Sud si concentra più del 53 per cento della produzione totale. La Campania costituisce il maggiore bacino di produzione di pomodoro trasformato, con oltre il 50% delle aziende industriali nazionali concentrate prevalentemente nelle province di Napoli e Salerno, dove sono presenti i principali gruppi del comparto a livello nazionale e comunitario. Il fatturato del settore nella regione vede 1,5 miliardi di euro su un fatturato nazionale di 3 miliardi, ed è da sempre leader nei derivati del pomodoro, primo fra tutti il pomodoro pelato.