Un fiore all’occhiello. Per il governatore Luca Zaia la sanità Veneta è un modello di efficienza da esibire, la prova della gestione virtuosa della cosa pubblica e anche un campo di scontro con le autorità centrali di Roma, ad esempio con il ministro della Salute su inquinamento da Pfas e vaccinazioni obbligatorie. Quando ha letto le anticipazioni di stampa riguardanti una trasmissione televisiva in cui una giornalista filmava di nascosto la richiesta di mazzetta di un primario per saltare le code in ospedale, il governatore è andato su tutte le furie. Gli episodi mostrati dalla trasmissione Petrolio, andata in onda su Rai Uno, in realtà sono due. In un caso sei mesi di attesa per una consulenza per la procreazione assistita si trasformano in un giorno solo, purchè la visita avvenga nello studio privato del medico, dietro pagamento di 180 euro, ridotti a 140 senza ricevuta. Nel secondo caso, un primario chiede 2mila euro alla donna per farle saltare le liste d’attesa e garantirle – in ospedale e quindi in una struttura pubblica – un intervento per la chiusura delle tube, da effettuare tra Natale e Capodanno.

Una vera mazzetta, almeno così come appare dal servizio andato in onda durante la trasmissione di Duilio Giammaria e realizzato dalla giornalista Francesca Biagiotti. Zaia è andato su tutte le furie e, prima ancora di aver visto la trasmissione, ha affidato la sua indignazione a un comunicato. “Queste due notizie gettano non soltanto pessima luce sull’immagine di un servizio sanitario, come quello veneto, in cui efficienza e rigore ho sempre preteso siano norma e prassi, ma integrano anche un danno patrimoniale”. Ha annunciato che la Regione “ di cui devo tutelare in ogni sede l’interesse” presenterà “alla magistratura un esposto-denuncia sui fatti, documento che verrà poi integrato con quanto emergerà ulteriormente dalla trasmissione televisiva, il cui contenuto mi auguro venga al più presto consegnato alla competente giurisdizione. È assolutamente inaccettabile che una o due mele marce vanifichino l’ottimo e faticoso impegno quotidiano di decine di migliaia di operatori che consente al sistema sanitario veneto di essere ai primi posti in tutte le classifiche. Per questo, quando qualcuno sbaglia, deve essere identificato e punito”.

Il caso più grave è quello della richiesta di denaro. La giornalista chiede al Cup di essere sottoposta a un intervento di chiusura delle tube. L’appuntamento è per febbraio 2018. Allora la donna chiede di poter essere operata da un medico di cui fa il nome. Le viene risposto che non visita più in ambulatorio, ma con una visita privata la paziente verrebbe seguita personalmente da lui. È già accaduto. La giornalista va nello studio del professore e spiega che vorrebbe l’intervento quanto prima perché è in zona per le vacanze di Natale. Il medico replica che non c’è posto per tutto il mese di gennaio. I costi? “Lo facciamo con il servizio sanitario nazionale. Non deve spendere soldi”. Ma i tempi sono troppo lunghi per la paziente. E così il medico sembra provarci. “Sarebbe l’ideale farlo ora. Ma significa forzare un po’ la mano… Significa entrare nei compromessi… Io chiedo qualcosa a lei e in cambio mi dà qualcosa”. Ed ecco la richiesta. “Però significa… dare un po’ di soldi… Cioè… Bisogna che ci mettiamo… Barattiamo tra di noi… Un paio di mill… duemila euro”. La giornalista chiede: “Duemila euro a lei direttamente?”. Risposta: “Sì, sì”. La registrazione è stata fatta vedere al presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone. Che ha commentato: “Questa è concussione, è un caso classico di concussione. Mi auguro che la Procura competente chieda il filmato e proceda”.

Il medico è stato però riconosciuto e rintracciato, nonostante fosse reso irriconoscibile in televisione. Si tratta del professore Pietro Litta, 65 anni, che presta servizio presso la Clinica Ginecologica e Ostetrica dell’azienda ospedaliera universitaria di Padova, nonché alla clinica privata “Città Giardino”. Ha spiegato: “La prima cosa da chiarire è che l’incontro con questa donna è avvenuto in una clinica privata, e non in quella pubblica. Io e la paziente eravamo sulle scale e non dentro il mio ambulatorio. In un contesto certamente informale, mi ha ribadito la richiesta di fare quell’intervento. Le ho risposto mi dia duemila euro. Ma era una frase così, in quel contesto. Può essere intesa in mille modi”. E ha aggiunto: “Per quel tipo di intervento non è nemmeno necessaria la lista d’attesa. La cifra in ogni caso era consona, è quella che chiedo per una prestazione privata. Io mi sono sentito preso in giro da quella donna, che ha voluto fare l’investigatrice. Bustarelle non ne ho mai prese. Questa storia ferisce la mia professionalità e il mio lavoro”.