Tre frati rischiano il processo per un “buco” da 20 milioni di euro nella casse francescane. La Procura di Milano dovrà chiedere il giudizio per appropriazione indebita per gli ex amministratori di tre enti dei Frati Minori, nell’inchiesta sulle speculazioni finanziarie di alcuni francescani. Lo ha deciso il giudice per le indagini preliminari Maria Vicidomini, che ha respinto la richiesta di archiviazione e ha disposto l’imputazione coatta per Giancarlo Lati, ex economo della Casa Generalizia, per Renato Beretta, ex economo della Provincia di Lombardia San Carlo Borromeo dei Frati Minori, e per Clemente Moriggi, ex economo della Conferenza dei ministri provinciali dei Frati Minori d’Italia.

I 20 milioni di euro distratti dalle casse dell’Ordine derivano da lasciti, donazioni e affitti di immobili. Somme che un “sedicente investitore-fiduciario“, Leonida Rossi, aveva ricevuto per investirle in Svizzera, a tassi di interesse non inferiori al 12%. Ma, secondo la denuncia dei francescani, il broker non avrebbe poi restituito né capitale, né interessi, determinando in tal modo l’ammanco nella cassa dell’Ordine dei frati minori. Rossi, 78 anni, italo-svizzero, dopo che era emerso il suo coinvolgimento nell’indagine si era impiccato nella sua villa a Lurago d’Erba, in provincia di Como, nel novembre del 2015.

La richiesta di archiviazione era stata presentata dai pm Adriano Scudieri e Sergio Spadaro, ma vi si era opposta la Casa Generalizia dell’Ordine dei Frati Minori. Stando a quanto stabilito dal giudice, ora i pm dovranno formulare la richiesta di rinvio a giudizio (poi al vaglio di un gup) per tutti e tre i frati per il reato di appropriazione indebita che veniva loro contestato, mentre il gip ha fatto cadere per Moriggi l’accusa di autoriciclaggio.

Le indagini erano scattate tra fine 2014 e metà del 2015 con le denunce presentate dagli stessi tre enti dei Frati Minori, nelle quali già si segnalava che i tre frati avevano posto in essere, come emerge degli atti, “operazioni di investimento, promosse e gestite da un sedicente fiduciario-investitore, tale Leonida Rossi”, persona “sprovvista di qualsiasi autorizzazione per lo svolgimento di attività finanziarie” e che si sono “concluse con la mancata restituzione dei capitali investiti”. Sono stati proprio gli uomini vicini al Papa a denunciare l’ammanco di ben 49,5 milioni di euro dalle casse degli enti religiosi e a mettere la procura di Milano sulle tracce degli indagati.

I tre enti avevano denunciato “gravi irregolarità nella gestione finanziaria” tra il 2007 e il 2014 con “consistente e reiterato flusso di denaro, per un importo superiore a 24 milioni di euro, dalle casse degli enti verso conti correnti bancari ubicati in Svizzera nella disponibilità di Rossi”. Per i pm, però, “l’assenza di prova di un fine di profitto personale da parte degli economi, ovvero degli altri religiosi a cui gli stessi economi dovevano riferire” portava ad escludere l’ipotesi di appropriazione indebita, anche perché i soldi sarebbero, in sostanza, spariti. Di diverso avviso, invece, il gip che ha ordinato l’imputazione coatta.

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