Real Bodies una mostra, come recita enfaticamente la pubblicità, “che rimane nel cuore e nella testa per i suoi contenuti reali, tanto reali da trovarsi ad essere come dei Leonardo da Vinci alla scoperta del mistero del corpo umano”. In realtà una mostra, a mio avviso, molto ambigua, che non credo venga scelta dai visitatori per una reale sete di conoscenza, ma per esorcizzare la morte e la violenza in un periodo storico tanto truce e crudele.

Per aumentare l’audience, seguendo questo filo rosso di esorcizzare la violenza mostrandola sopportabile, si sono voluti associare spettacoli di “sospensioni”, l’arte di trafiggere il corpo, questa volta vivo, con più ganci per appenderlo in pose plastiche al soffitto, esibizioni di dubbio gusto e forse anche di dubbia salute mentale, subito sospese per aver suscitato qualche malore nei partecipanti.

Trecentocinquanta organi, sani e malati, in perfetto stato di conservazione, quaranta cadaveri interi, feti di bambini di varie settimane e il corpo di una donna con in grembo un feto di cinque settimane. Tutti “resuscitati” non con le barbare modalità descritte da Brecht nella Leggenda del soldato morto, quando la commissione medico-militare del Kaiser doveva rispedire al fronte chi osava morire troppo presto.

In Real bodies i cadaveri sono belli e scintillanti, non somigliano agli scimmiotti ubriachi che indossano la divisa del Führer, ma piuttosto a Meryl Streep e Goldie Hawn nel film di Robert Zemeckis La morte ti fa bella. Atletici corpi perfetti che, sotto le abili cure del professor von Haghens, hanno superato le goffagini del dottor Frankestein e sono stati restituiti, si fa per dire, a nuova vita attraverso la tecnica della “plastinazione” che li rende abili ballerini, aitanti cavalieri, cestisti di valore, coraggiosi cavallerizzi e astuti giocatori di poker, perfetti nei loro movimenti e, quel che più conta, imperituri. Le espressioni mimiche dei volti sono modellate così bene da sembrare, per la mancanza di pelle, quelle di grandi ustionati sereni sotto l’effetto di litri di morfina. E’ la lugubre schiera che il testimonial Alessandro Cecchi Paone considera “molto molto emozionante e molto istruttiva” per apprendere fin da bambini i segreti del corpo umano. Ben vengano quindi le intere famigliole che non sanno come far divertire i figli nei giorni di festa!

Come garanzia di correttezza, i testi del catalogo sono stati addirittura supervisionati dal comitato scientifico della fondazione Umberto Veronesi, a voler dimostrare una scientificità che potrebbe risultare utile se rivolta a studenti o professionisti in contesti universitari. Fabio di Gioia è il curatore della mostra transitata in varie città italiane, e parla con entusiasmo degli aspetti tecnologici, di come vengono trattate le salme per renderle immortali e del numero impressionante dei tredicimila volontari che si sono offerti anonimamente a questo scopo, anche se viene il dubbio che il contratto fosse lievemente ambiguo fra finalità scientifica e finalità ludico-economica-spettacolare.

Nessuno dei molti che hanno curato questa mostra sembra essersi interrogato sulla liceità di poter considerare il corpo umano, una volta che la mente, l’anima o lo spirito vitale, lo abbiano abbandonato, alla stregua di un qualsiasi oggetto materiale. Anche se mi ritengo profondamente ateo, a mio avviso l’essere umano non può mai essere disgiunto fra “anima” e corpo, cosa che tutti coloro che esercitano una professione sanitaria ben sanno: anche quando si mette a tacere la coscienza, ad es con l’anestesia, il corpo merita il rispetto e la dignità, che non è quello dovuto ad una semplice “cosa”. Che il corpo sia materia non è in discussione, ma negli esseri umani diventa materia pensante, un livello di complessità maggiore che chiamiamo “persona”.

Fin dalla preistoria i cerimoniali di sepoltura o di cremazione avevano questa funzione, il rispetto della persona anche attraverso il rispetto dei loro corpi. Questa condizione comune a tutti gli esseri umani, dovrebbe conferire una sorta di sacrale rispettosità a ciò che rimane dopo la morte, ultimo testimone di tutto ciò che siamo stati in vita, trovo quindi questa mostra di cattivo gusto perché, assistita da una raffinata tecnologia, contrabbanda come scienza quello che in realtà è uno spettacolo di dubbio gusto.