Il recente dibattito tra Matteo Renzi e Carlo Calenda, divisi tra la possibilità di abolire il canone Rai e la sua privatizzazione, ci fa sperare che durante il periodo pre-elettorale i partiti presentino un non più procrastinabile piano di miglior utilizzo del servizio pubblico televisivo. Qui di seguito alcuni spunti che potranno aiutare la riflessione:

1. Perché il servizio pubblico possa svolgere il proprio ruolo e abbia un futuro legittimato e da protagonista davanti a sé, è necessario e giusto continuare a pagare il canone e che almeno un canale tra quelli generalisti sia liberato dalla pubblicità. Questo diventa un fattore determinante per svolgere fino in fondo il ruolo che gli compete, ovvero fare una programmazione popolare di qualità con l’obiettivo chiaro di fornire cultura ed educazione al pubblico attraverso idee e linguaggi al passo con i tempi e liberati dalla tirannia degli ascolti, che in questi anni ha costituito uno dei principali fattori di decadenza del servizio pubblico.

La scelta non può essere che quella di Rai uno, in quanto principale e più visto canale della tv italiana e non Rai tre come da alcuni proposto, in quanto la tv di qualità deve essere la più popolare possibile, mentre Rai tre svolge già un eccellente ruolo di rete con una programmazione (quasi del tutto) dedicata a un pubblico “colto”.

2. L’Italia detiene oggi posizioni molto preoccupanti a livello europeo: uno dei più alti tassi di abbandono scolastico e analfabetismo di ritorno tra gli adulti; bassissima percentuale di lettori di quotidiani e libri; la più bassa percentuale di laureati in Europa. L’unico potentissimo agente di socializzazione e formativo di cui disponiamo e che potrebbe raggiungere realmente tutti e tutte le cittadine è il sistema dei media con la televisione, che ne costituisce ancora il fulcro, presente non solo in tutte le case ma spesso in tutte le stanze.

Dedicare un canale alla tv popolare di qualità senza pubblicità non esaurisce dunque il compito e gli obblighi del servizio pubblico. L’educazione, o meglio l’empowerment delle cittadine e dei cittadini, deve essere tra gli obbiettivi di tutte le reti pubbliche per mezzo della scelta dei format delle trasmissioni, degli argomenti da trattare, del linguaggio verbale e audiovisivo che viene utilizzato.

La presunta distinzione tra una tv alta e culturale e una bassa e volgare viene giustificata dall’idea che il grande pubblico si possa raggiungere solo con la semplificazione, la ripetitività e la spettacolarizzazione. Come dimostrano il passato della stessa Rai, l’attualità e il successo di programmi come quello di Alberto Angela e la programmazione dei primi canali degli altri principali Paesi europei, si può fare televisione alla portata di tutti ma con idee, visioni innovative, apertura al resto del mondo e approfondimento; che sono poi le cose che se fatte in modo comprensibile e divulgativo, interessano tutto il pubblico e non solo quello più progredito. Fare buona televisione è fare televisione popolare di qualità.

3. I recenti preoccupanti dati sul divario di genere “Global gender gap” stilato dal World economic forum che vede l’Italia posizionarsi ad un umiliante 82esimo posto, ci ricordano come attraverso la televisione pubblica si possa fare molto per riequilibrare questo dato. Servono programmi dove si presentino storie di donne del presente che siano fonte di ispirazione e di stimolo per le ragazze che guardano da casa.

4. La Rai dovrebbe farsi promotrice di una riforma della società di rilevazione degli ascolti, l’Auditel, che controlla per un terzo, con due obiettivi:

reintrodurre il giudizio qualitativo da affiancare al puro dato di ascolto: non basta sapere quanti hanno guardato, occorre sapere anche se hanno apprezzato, altrimenti come si può pretendere di orientare un servizio che deve essere pubblico?

programmare un progressivo passaggio dalla “rilevazione a campione percentuale” ad una “rilevazione effettiva” del pubblico oggi possibile grazie al segnale e ai dispositivi digitali di trasmissione e ricezione. Perché continuare a supporre quale sia il pubblico quando possiamo sapere quale è realmente?

 5. Frequentando la Rai come ospite e relatrice, incontrando in occasioni pubbliche o riflessioni private i suoi autori, tecnici e realizzatori, emerge forte la sensazione, testimoniata dai professionisti del servizio pubblico, che le possibilità sia ideative che produttive del servizio pubblico siano eccellenti ma non vengano sfruttate a dovere.

La proposta di una televisione dipende innanzi tutto da chi realizza concretamente i contenuti; e non sfruttare a dovere talenti e proposte interne si traduce in costi maggiori, minore creatività e un progressivo allontanamento dal proprio ruolo di produttore di programmi e non solo di emittente.

Abbiamo avuto in passato una delle migliori Televisioni del mondo, ma senza controllare direttamente la propria proposta, un servizio pubblico non può svolgere il proprio compito.

6. Per concludere, per dare speranza a qualsiasi riforma e riorganizzazione del Servizio pubblico, sarebbe necessario un passo indietro del governo, del Parlamento e dei partiti dalla Rai con una effettiva uscita dalle stanze di controllo della Tv pubblica e la messa a punto di un sistema di gestione che sia autonomo e “irraggiungibile” da parte degli stessi partiti e istituzioni.