“Il ruolo del capitale di rischio è uscito rafforzato dalla recente crisi”. Massimo Capuano, all’epoca amministratore delegato di Borsa Italiana, a dicembre 2009 commentava così l’andamento dei mercati italiani a poco più di un anno dal crac Lehman Brothers. Per Piazza Affari, dopo lo shock del 2008 che aveva visto il listino milanese registrare perdite vicine al 50% per una capitalizzazione che era arrivata a scendere sotto quota 400 miliardi di euro, il 2009 era stato un anno record con le aziende italiane che domandarono al mercato ben 17 miliardi di euro, il valore più elevato mai registrato nei dieci anni precedenti.

Ma fu anche l’inizio di una costante richiesta di denaro fresco iniziata con il fallimento della banca d’affari statunitense.  Da allora sono trascorsi dieci anni e Piazza Affari capitalizza quasi 100 miliardi in meno del 2007 quando il valore delle società scambiate sul listino milanese ammontava a 733 miliardi (oggi sono 644 miliardi). Nel frattempo, però, nelle casse delle aziende quotate sono stati versati circa 90 miliardi per oltre centotrenta aumenti di capitale. Molti di questi all’interno di quelle che tecnicamente vengono definite operazioni iperdiluitive, che hanno cioè praticamente azzerato il valore delle azioni sul mercato. “Nell’ultimo decennio si è registrato un significativo incremento delle operazioni di aumento di capitale a pagamento attuate dagli emittenti”, scrive Daniele Bartoli, dello studio legale Gatti Pavesi Bianchi di Milano, in un articolo pubblicato a giugno 2017 dalla Rivista di analisi giuridica dell’economia del Mulino.

La stragrande maggioranza di queste operazioni hanno un denominatore comune. Sono state studiate per raccogliere denaro fresco in situazioni di pesanti ristrutturazioni aziendali che hanno letteralmente mangiato gli investimenti dei soci. Hanno cioè effettuato una socializzazione delle perdite. “L’impressione e non solo impressione che ha lasciato l’amaro in bocca ai piccoli azionisti è di essere mera ‘carne da macello’, utili al sistema ma non in possesso di tutte le informazioni necessarie a non ‘finirci sempre di mezzo’ nella posizione del vaso di coccio”, sottolinea Alessandro Mostaccio, segretario generale del Movimento Consumatori che chiede misure utili a evitare nuove tosature parco buoi. Ammesso che, tra tasse e imposte, blocco dei salari, aumento della disoccupazione, ci sia ancora rimasto molto da tosare. E che il sistema tenga.

Le banche hanno fatto la parte del leone nelle ricapitalizzazioni. Soltanto lo scorso anno Unicredit ha chiesto al mercato 13 miliardi. Una cifra monstre soprattutto se si pensa che è quasi uguale al totale del denaro che la banca aveva richiesto al mercato tra il 2008 e il 2012. Ma l’istituto di Piazza Cordusio non è stato il solo a battere cassa in più tempi anche se le sue operazioni hanno avuto un esito decisamente più fortunato di altri. Come Carige che nelle scorse settimane ha concluso a fatica l’ennesima ricapitalizzazione, questa volta da 560 milioni, la terza in quattro anni per un totale di oltre 2,2 miliardi di euro chiesti alla Borsa dopo gli scandali finanziari legati alla gestione di Giovanni Berneschi.

Leggendarie, poi, le ripetute manovre del Monte dei Paschi di Siena che a fine 2016 ha dovuto alzare bandiera bianca dopo il fallimento della ricapitalizzazione preventiva da 5 miliardi richiesta dalla Bce, cui è seguito l’ennesimo salvataggio pubblico da oltre 8 miliardi che ha visto il Tesoro salire oltre il 65% del capitale. Non avranno fortuna nemmeno i due aumenti delle banche venete: Popolare di Vicenza e Veneto Banca che chiesero ai risparmiatori rispettivamente un miliardo e mezzo e un miliardo di euro. Per salvare il salvabile dovrà infatti intervenire il fondo partecipato da Poste e Cassa Depositi e Prestiti, Atlante, con un assegno miliardario. E le due banche verranno in seguito vendute a banca Intesa per un euro.

Anche Saipem ha avuto la sua parte. Ad inizio 2016 l’azienda controllata dal gruppo pubblico del petrolio, Eni, ha chiesto e ottenuto dagli investitori 3,5 miliardi di euro. Denaro che è poi servito sostanzialmente a rimborsare un prestito alla controllante e alle banche creditrici e ha salvato il gruppo dal collasso finanziario. Complice anche la crisi del credito e la flessione della redditività di Eni legata a doppio filo con l’andamento del prezzo del greggio. Per Piazza Affari è stata una delle più grandi ricapitalizzazioni industriali degli ultimi tempi. Per trovarne una di importo simile, bisogna infatti risalire al 2015. Si tratta però di una banca: il solito Monte dei Paschi.

Per il resto il sistema industriale italiano quotato ha battuto cassa per importi dimensionalmente più contenuti o più semplicemente proporzionali alle dimensioni delle aziende interessate. Con le note e discusse eccezioni di Unipol e Fondiaria Sai (1,1 miliardi ciascuna nel 2012) o di Pirelli Re (400 milioni nel 2009). Più modesti, ma decisamente esemplari per l’effetto fortemente diluitivo, i casi di Tiscali e Seat Pagine Gialle (rispettivamente 180 e 200 milioni nel 2009). Molto più digeribili, infine, le operazioni targate Bialetti (14 milioni nel 2015), I Grandi viaggi (19 milioni sempre nel 2015), Caleffi (3,4 milioni), Pininfarina (26,5 milioni), Carraro (53 milioni) o D’amico shipping (35 milioni).

Non va poi trascurata, tra le operazioni di piccola-media taglia, quella recentissima del Sole 24 Ore che ha chiesto al mercato 50 milioni di euro, somma corrispondente al valore che il mercato attribuiva alle azioni dell’editrice di Confindustria pre ricapitalizzazione. E che, per ammissione della stessa editrice, potrebbe non bastare. Una situazione del resto che vanta precedenti illustri come quello del gruppo Rcs, che nel 2013 realizzò una ricapitalizzazione monstre da oltre 400 milioni di euro, pari alla metà del valore di mercato dell’editrice del Corriere della Sera dell’epoca. E che ebbe bisogno di nuove cure nel giro di tre anni, quando si è fatto avanti il cavaliere bianco Urbano Cairo.

Legittimo quindi che il dubbio sul futuro aleggi su tutta Piazza Affari: questa montagna di denaro basterà? Sarà stata sufficiente a tamponare i mali della crisi che è figlia di un eccesso di indebitamento e che ha portato in dote una restrizione del credito per famiglie e piccole e medie imprese? Difficile dirlo, ma di certo un indizio può venire dall’autorità di regolazione bancaria europea (Eba) che, a fine dicembre, ha stimato in 40 miliardi i capitali freschi di cui avranno bisogno le banche europee nei prossimi dieci anni per rafforzare il loro patrimonio. Possibile quindi che gli istituti bancari e non solo loro tornino a chiedere denaro ai risparmiatori che però sono meno ricchi rispetto al passato e decisamente provati dalla crisi. C’è chi, come il Credito Valtellinese, si è già dotato di delibera assembleare per mettere in cascina 700 milioni di euro nel primo trimestre del 2018, tre volte la sua capitalizzazione di Borsa, da aggiungere ai 400 milioni raccolti 4 anni fa. Bisognerà vedere se il mercato è ancora in grado di dare.