La Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario doveva servire al Partito democratico per scrollarsi di dosso l’ombra di Banca Etruria. Non è andata così.

“Non vedo l’ora che parta questa commissione d’inchiesta sulle banche. Per mesi è sembrato che il problema fosse soltanto di due-tre banchette toscane, ma sarà interessante discutere di Banca Popolare di Vicenza, della Banca Popolare di Bari e di Banca 121“. Così disse il segretario dem lo scorso 15 febbraio, durante una direzione del Partito Democratico. E ancora: “Si faccia la commissione d’inchiesta, ho una cava di sassolini da togliere” (26 marzo 2017). Ma il 20 dicembre alcuni retroscena riportano questo virgolettato di Renzi: “L’indagine sul sistema bancario è stata offuscata dal caso che si è voluto creare contro Boschi”. E questo è subito diventato il nuovo mantra di renziani e non solo. 

Ora che i lavori della Commissione si sono conclusi, in troppi si affrettano a dire che si è parlato solo di Banca Etruria e delle vicende legate agli incontri avuti dall’allora ministro delle Riforme Costituzionali del governo Renzi, Maria Elena Boschi, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Gentiloni. Non è stato così.
Certo, le notizie che hanno guadagnato le aperture di tutte le testate d’informazione hanno riguardato la Boschi e le rivelazioni fatte prima da Vegas poi da Visco e infine da Ghizzoni. Una via crucis per l’ex Ministro e per il Partito Democratico, che aveva deciso di dare vita a questa Commissione, nell’ultimo scorcio di legislatura, con tutt’altri obiettivi, già chiari nella legge 12 luglio 2017, n. 107 che istitutiva la ‘Commissione banche’. All’articolo 3 si legge infatti: “La Commissione ha il compito di verificare l’efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario… con particolare riguardo alle modalità di applicazione e all’idoneità degli interventi, dei poteri sanzionatori e degli strumenti di controllo disposti”. “Sarà interessante andare a capire in questi dodici mesi che ci separano dalla fine della legislatura le vere responsabilità, a tutti i livelli istituzionali”, scriveva l’ex premier lo scorso marzo. Ecco qual era la ‘mission’: trovare le responsabilità di Consob e soprattutto di Banca d’Italia, da esibire in campagna elettorale per allontanare ombre e calo dei consensi. Dunque, Boschi-Banca Etruria a parte, perché il resto dei lavori non ha guadagnato altrettanto spazio?

Perché la ‘mission’ renziana è stata fallimentare e a decretarlo non sono stati stati certo né Consob né Banca d’Italia, tenuti per lunghe ore sul banco degli imputati, ma nientemeno che il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Infatti se oggi la Commissione pare un clamoroso autogol politico perché ha riportato alle cronache le vicende di Banca Etruria e della Sottosegretaria Boschi, la ricerca dei ‘colpevoli’ è andata anche peggio. La Caporetto dem, infatti, prende forma e sostanza con le tre audizioni più importanti: quelle di Giuseppe Vegas, all’ultimo giorno da Presidente Consob il 14 dicembre, Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia e delle Finanze il 18 dicembre e Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, audito in Commissione il 19 dicembre.

Nonostante “più di 150 ore di lavoro vero e più di cinquanta audizioni”, come orgogliosamente rivendicato in tv dal Presidente della Commissione Pier Ferdinando Casini, i commissari dem, capitanati dal presidente del partito Matteo Orfini, Gian Pietro Dal Moro e Franco Vazio e il sempre presente (ma molto silenzioso) Francesco Bonifazi, Luigi Taranto, Giovanni Sanga, Carlo dell’Aringa, Susanna Cenni, Giancarlo Sangalli, Franco Mirabelli, Andrea Marcucci, Stefania Giannini, Camilla Fabbri, Mauro Del Barba e Mauro Maria Marino (uno dei due vicepresidente della Commissione), anche sul caso più investigato, quello delle due banche venete, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, non hanno fatto emergere una netta responsabilità, un atto, un fatto chiaro ed ineccepibile, da attribuire a Banca d’Italia e o alla Consob, per quanto accaduto in Veneto e in Cariferrara, Carichieti, Banca Marche, Banca Etruria e di tutte le altre banche che hanno attraversato una crisi e tra queste MPS.

Cinque ore è durata l’audizione di Giuseppe Vegas e dieci quella di Visco, dove i dem hanno potuto sviscerare ogni possibile aspetto, dettaglio, vicenda e questione, ma le domande, spesso precedute da lunghe premesse, fino a sfociare in vere e proprie arringhe, non hanno mai saputo essere davvero efficaci e decisive. I commissari dem non hanno trovato ‘la pistola fumante’ ed hanno fatto sparire, nelle lunghe audizioni a Palazzo San Macuto, le roboanti dichiarazioni che avevano preceduto l’avvio dei lavori, che giungevano da Largo del Nazareno, sede del Partito Democratico.

Se gli organi di vigilanza hanno avuto delle responsabilità nei crac bancari di questi anni, i commissari del Partito Democratico semplicemente non stati capaci d’individuarle chiaramente, al punto che al termine dell’audizione del Governatore di Bankitalia, il presidente Dem Matteo Orfini è sceso in sala stampa per affermare: “Ho apprezzato l’onestà intellettuale del governatore che ha riconosciuto alcune mancanze della Banca d’Italia“

Vegas nella sua relazione ricorda che: “Il Testo Unico Bancario attribuisce al Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio l’alta vigilanza in materia di credito e di tutela del risparmio presieduto dal Ministro dell’Economia, a cui partecipano alcuni ministri, la Banca d’Italia senza diritto di voto, mentre la Consob partecipa solo su invito – e poi – un’altra sede di confronto tra autorità è rappresentata dal Comitato per la salvaguardia della stabilità finanziaria, istituito nel 2008 dall’allora Ministro Padoa Schioppa; è stato convocato una sola volta negli ultimi anni per discutere le conseguenze della Brexit. Non c’è mai stata una riunione di questo comitato sulla crisi delle banche, Comitato ad oggi non operativo in quanto la delega al Governo per la sua costituzione è scaduta, quindi occorrerebbe una nuova legge”. Poi il Presidente Consob dopo aver ricordato che “ci sono diciannove soggetti italiani e sovranazionali che si occupano a vario titolo della regolamentazione del settore bancario senza che esista una vera e propria sede di compensazione ad alto livello, tra le esigenze di stabilità e di trasparenza” punta il dito contro la politica: “Malgrado le nostre richieste di modifica, il sistema legislativo italiano resta orientato a privilegiare l’obiettivo della stabilità” (a danno dunque della trasparenza). E spiega: “La nuova normativa europea e lo stesso assetto delle autorità europee confermano questo approccio a livello sovranazionale. Vuol dire che se un’autorità bancaria ritiene che un’informazione su un prospetto, su un aumento di capitale se diffusa, potrebbe arrecare pregiudizio all’operazione di stabilità, potrebbe tranquillamente non darci nessuna informazione e fa bene a farlo, secondo la legislazione”.

Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco: “Nell’opinione di alcuni la Banca d’Italia avrebbe sempre detto che ‘andava tutto bene’ e avrebbe sottovalutato la situazione quando con la seconda recessione, innescata nel 2011 dalla crisi dei debiti sovrani, una nuova ondata di deterioramento della qualità dei crediti si è aggiunta a quella sopportata dalle banche nel triennio precedente. Non è vero. La mala gestio di alcune banche c’è stata e l’abbiamo più volte sottolineato, ma Banca d’Italia – sottolinea Visco – non ha gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria”. Per il governatore “a determinare l’evoluzione del sistema finanziario italiano non è stata una vigilanza disattenta ma la peggiore crisi economica nella storia del nostro paese”. Ed ecco il punto: “A differenza di quanto accadde negli anni ’90 , con il varo dell’unione monetaria, il cambiamento istituzionale in materia di vigilanza bancaria – con l’ingresso delle nuove norme europee – è avvenuto in tempi assai brevi, meno di due anni, e in un contesto economico decisamente sfavorevole soprattutto per il nostro Paese. I ritardi d’intervento sono stati causati dai cambiamenti normativi intervenuti dopo la crisi di debiti sovrani, che hanno reso più difficile l’intervento rapido per le risoluzioni della crisi. Ci sono tante autorità e non c’è coordinamento; questo è il problema enorme che abbiamo davanti, un problema europeo”

E cosa dice Padoan? Dopo aver sottolineato che con le nuove norme europee c’è carenza “di strumenti disponibili a livello nazionale per la gestione della crisi” e che “gli Stati nazionali si sono trovati ad avere molto meno capacità operativa in un contesto che diventava più complicato”, il Ministro dell’Economia parla di chi doveva vigilare: Consob e Banca d’Italia: “E’ stata una vigilanza in evoluzione che ha gestito un sistema bancario nazionale dove c’è stato un cambiamento molto radicale del sistema di vigilanza e una situazione economica molto grave del sistema bancario” (cioè quanto sostenuto da Visco). Ed ancora è l’opinione di Padoan: “Il sistema di vigilanza si è allontanato dal sistema nazionale per spostarsi a livello europeo, ma è diventato più complesso” (cioè quanto sostenuto da Vegas). “Malgrado questo quadro difficile”, è il passaggio più importante del titolare di via XX Settembre, “c’è stata una sostanziale capacità di gestione del sistema da parte degli organi di vigilanza, ma, al netto di queste modifiche istituzionali, non si possono escludere casi di responsabilità importanti a livello di singoli istituti”. Sembra quello che il Partito Democratico aspettava dall’inizio dei lavori della Commissione; ma è invece “l’assoluzione” di Banca d’Italia e Consob: “Preciso – dirà Padoan pochi minuti dopo, incalzato dalle domande dei commissari – che ci possono essere stati ostacoli alla Vigilanza”. “Ah. L’avevamo interpretato tutti alla rovescia”, afferma stupito Enrico Zanetti a nome di tanti commissari. Ecco perché, forse, Padoan non ha trovato spazio nelle dichiarazioni dei renziani al termine della sua audizione. Perché assolutorio nei confronti di Vegas e di Visco.

Resterà una scelta politicamente prima azzardata ed oggi sconsiderata, quella di aver voluto che i lavori della Commissione Banche partissero a ridosso della fine della legislatura e dunque poco prima della campagna elettorale, con la conseguenza che, prima ancora delle ripercussioni politiche, il lavoro della Commissione non ha potuto svolgersi appieno, ad esempio, analizzando il caso di Monte dei Paschi di Siena. che resta, tra quelli vagliati dalla Commissione, il meno approfondito.

Ora vedremo le relazioni conclusive e quante ce ne saranno. L’impressione è che tutti i gruppi politici potevano tranquillamente scrivere anche prima e senza i lavori di questa Commissione le loro conclusioni e che nulla abbia scalfito le loro convinzioni iniziali. Forza Italia resta convinta che un complotto sugli spread abbia disarcionato Berlusconi da Palazzo Chigi. Il Pd resterà convinto che nella Vigilanza qualcosa non abbia funzionato (senza aver individuato cosa e come) e il M5S avrà gioco facile ad indicare tutti i soggetti politici ed istituzionali quali responsabili a vario titolo di quanto accaduto in questi anni nel sistema bancario italiano.

Poco altro resterà agli atti e, solo consultando stenografici ed archivi, gli appassionati scopriranno l’incredibile audizione dell’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, lo show inquisitorio del vicepresidente della Commissione Renato Brunetta durante l’audizione di Maria Cannata, dirigente generale del Tesoro per il debito pubblico, terminata pochi minuti prima della mezzanotte, durante la quale l’ex ministro berlusconiano ha sottoposto otto domande alla dirigente del Tesoro, argomentando i quesiti per oltre un’ora, fino a far perdere le staffe anche al mite Tabacci o le perle di Casini, epico nell’interloquire con il presidente Consob Vegas, quando quest’ultimo rivela a sorpresa degli incontri avuti con l’allora ministro Boschi: “Sarà stata un’interlocuzione di carattere generico, il Ministro magari era a Milano per fare altre cose”, o i duelli del Presidente della Commissione con i pentastellati.

E ancora il duello tra Orfini e Brunetta: “Siccome non si chiosano le chiuse, le chiederei di non chiosare”. Ecco, a metà tra un’occasione sprecata per fini elettoralistici e un clamoroso autogol politico del Pd, poco altro resta di questa Commissione. Qualcuno forse tra qualche anno neppure la ricorderà più o forse qualcun’altro ne farà un film. Comunque vada, difficilmente Renzi ne parlerà più con i toni trionfalistici con i quali l’aveva annunciata.