di Stefano Lucarelli e Gaetano Perone*

1. La capacità di coniugare buona teoria economica, indagini empiriche e sensibilità politica è estremamente preziosa. Ed è anche merce rara soprattutto nel mondo degli economisti.

Il Rapporto sulla competitività italiana curato da Riccardo Realfonzo sfata questo mito e mette a disposizione di chi vorrà leggerlo uno strumento formativo importante che ricorda la saggezza di esperienze passate che furono fondamentali per la costituzione di un sapere economico in grado di parlare ai politici e alla società civile. Ci riferiamo in particolare all’Istao di Ancona e la Scuola di Portici che, negli anni sessanta e settanta, erano le uniche scuole post laurea in Economia esistenti in Italia. Anche il Rapporto sulla competitività italiana nasce all’interno di un recente tentativo di alta formazione, la Scuola di governo del territorio istituita nel 2015 a seguito di una iniziativa delle Università della Campania, del Cnr e della Camera di commercio di Napoli in seno al consorzio senza scopo di lucro Promos ricerche.

Il libro si suddivide in sei capitoli: il primo rilegge anche criticamente i più recenti studi che Wef, Ocse e Commissione europea hanno dedicato alla competitività italiana; il secondo si sofferma sugli indici di competitività internazionale; il terzo propone un indice sintetico di competitività territoriale che, nel quarto e quinto capitolo viene rispettivamente contestualizzato a livello metropolitano e confrontato con alcuni indicatori nazionali e internazionali. Questa parte del rapporto è il frutto del lavoro di Paola Corbo, Andrea Pacella, Riccardo Realfonzo, Guido Tortorella Esposito, Angelantonio Viscione e Carmen Vita. Il capitolo conclusivo (di Giorgia Marinuzzi e Walter Tortorella) riflette sulla specializzazione produttiva dei comuni italiani e sulla crisi delle imprese nazionali.

Gli indici presentati sembrano delineare un processo di “mezzogiornificazione” a due livelli, nazionale e transnazionale, che renderebbe ancor più complesso l’adeguamento delle strutture produttive interne ai nuovi paradigmi di innovazione hi-tech del nucleo. E il quadro attuale delle regole europee sembra scoraggiare ulteriormente questo quanto mai necessario processo di ristrutturazione tecnologica, che rappresenterebbe un volano di vitale importanza soprattutto per l’area del Paese più colpita dal processo di desertificazione industriale post-crisi, il Mezzogiorno.

2. Prima di entrare nel merito dei contenuti principali dell’opera, è opportuno tener conto della particolare fase storico-politica che il Paese si trova ad affrontare. Un primo sguardo alla dinamica macroeconomica che interessa l’Italia conduce molti economisti ad esprimere ottimismo dinanzi alla ripresa delle esportazioni che sta trainando la crescita economica italiana. Si legge ad esempio nel Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi (edizione 2017): “La quota delle esportazioni nazionali su quelle mondiali è risalita dal 2,7% del 2013 e, sulla base delle informazioni provvisorie disponibili, nei primi tre trimestri del 2016 è prossima al 3,0%. Nel 2016 le esportazioni di prodotti chimici, alimentari e, soprattutto, di automobili sono cresciute più della media dei relativi mercati: in particolare, le vendite di automobili dall’Italia e dalla Spagna sono aumentate più rapidamente di quelle di Francia e Germania. Le vendite di beni strumentali, che rappresentano la principale voce d’esportazione e nell’attivo commerciale del nostro Paese, sono cresciute come in Germania – e come l’export complessivo: +6% nel biennio – e più̀ rapidamente che in Francia e Spagna”.

Eppure, se si considerano i dati relativi ai principali Paesi con cui l’Italia esporta e da cui l’Italia importa, emerge una realtà più complessa: la Germania risulta essere il Paese verso il quale sono maggiormente dirette le esportazioni italiane e al contempo il Paese dal quale l’Italia importa di più. Tra il 2014 e il 2016 le esportazioni italiane verso la Germania sono passare da 50.144 milioni euro a 52.703 milioni di euro; le importazioni italiane dalla Germania sono cresciute ancora di più: da 54.388 milioni di euro a 59.950 milioni di euro (si vedano le tabelle sottostanti, tratte dalle elaborazioni effettuate dall’Osservatorio economico del ministero dello Sviluppo economico su dati Istat). Degno di nota è l’incremento delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti: da 29.756 milioni di euro a 36.888 milioni di euro.

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*Stefano Lucarelli è Professore associato all’Università di Bergamo; Gaetano Perone è assegnista di ricerca presso l’Università di Bergamo