A un anno dal 4 dicembre che ci aveva lasciato quasi increduli per un risultato “impossibile”, almeno secondo una propaganda fondata su quelle che si sono rivelate niente più che fake news di sistema, e che ha travolto la riforma costituzionale a cui Matteo Renzi aveva affidato, a parole, non solo il futuro del suo esecutivo ma anche il suo, il  partito di Renzi (Pdr) oltre a ritrovarsi sull’orlo di un collasso, dopo essersi “liberato” degli indigesti fuoriusciti, deve anche fare i conti con vecchie e nuove realtà molto scomode.

Matteo Renzi  si ritrova di fronte sempre il M5S, cioè il soggetto politico eletto da subito a personale nemico e, a seguire, constatata l’impossibilità non solo di annientarlo ma pure di scalfirlo significativamente, come ha dimostrato il voto in Sicilia e a Ostia, non ha trovato argomento migliore che additarlo come pericolo assoluto per la democrazia. Un’ossessione accusatoria e un’enfasi demonizzatrice permanente, come ha registrato la Leopolda anti-fake news, che sembrano aver rinvigorito il partito-movimento di Beppe Grillo, come registrano puntualmente i sondaggi.

Un richiamo in proposito ai “molti che credono si possa parlare del M5S solo per maledirlo” è arrivato anche da un improbabile fan dei pentastellati come Ernesto Galli della Loggia. Infatti dalle pagine del Corriere ha ricordato, per amore dei fatti e della storia, che nel corso della prima e seconda Repubblica “non sono mancati i partiti che consideravano tutto ciò che era diverso da loro come ‘il male’ “. L’elenco va dal Pc degli anni 60 che dava del nazista a Harry Truman, al Marco Pannella furioso contro il sistema fino alle esternazioni berlusconiane sulla “Costituzione sovietica” e la minacciosa delegittimazione della magistratura, attuata persino con l’assedio ai palazzi di giustizia che a mio modesto avviso costituisce per un presidente del Consiglio un comportamento dai tratti eversivi.  Ma di quelle “intemperanze” nessuno sembra più conservare la più flebile traccia di memoria.

E per quanto riguarda poi il B. “riabilitato” in vista degli esiti elettorali auspicati dagli artefici del Rosatellum, con il sorriso cristallizzato dagli ultimi ritocchi, può dire qualsiasi amenità anche che Marcello Dell’Utri è “un prigioniero politico” nonché uomo al servizio del paese e riceverà solo consensi o tutt’al più imbarazzati silenzi dal cosiddetto avversario che vuole sfidarlo a Milano o Firenze.

Ora a un anno esatto dal referendum che aveva strumentalizzato come una sfida personale contro Gufi e Signor No gli tocca constatare come il nemico di sempre sia felicemente sopravvissuto a tutte le offensive e le campagne politico-mediatiche di discredito, per quanto pianificate e concertate.  E alla sua sinistra, proprio nell’anniversario di quel referendum che ha segnato un punto di non ritorno nella sua parabola politica, deve confrontarsi con una forza appena nata, grazie anche al suo decisivo contributo da segretario del Pd, che può quantomeno vantare la guida di uno stimato rappresentante delle istituzioni come Pietro Grasso e che non può essere liquidata con i futili e patetici richiami al “voto utile”.

Quanto alla tesi per cui un elettore di sinistra farebbe comunque fatica a votare “la cosa rossa” perché favorirebbe “Berlusconi e Salvini”, mi permetterei di ricordare a Renzi che sarebbe più valida se il povero elettore di sinistra non avesse già sperimentato il Nazareno e non si fosse fatto un’idea abbastanza precisa riguardo “la necessità” di una unione “non di natura politica” con il centrodestra, come l’ha voluta definire Eugenio Scalfari, all’indomani del voto.

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