C’era chi evocava profezie apocalittiche, la catastrofe politica, la recessione. Ineluttabile, l’ora dell’Armageddon sarebbe arrivata, se avesse vinto il “No” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, il giorno del giudizio in salsa renziana. Un anno dopo quel verdetto, bastano archivi e pagine di giornale per ricordare: investitori in fuga e crollo degli investimenti, banche a rischio collasso, Pil in picchiata, dicevano. E tracolli dell’occupazione: seicento mila posti di lavoro cancellati, azzardava il Centro studi di Confindustria. E il fantasma spread? Impazzito pure lui, ancora una volta, quasi un remake della caduta berlusconiana a Palazzo Chigi. In pratica, il caos. “Se dite No, dite No per sempre”, terrorizzava gli elettori Matteo Renzi. “In gioco c’è il futuro dei prossimi 30 anni”, vaneggiava anche la ‘madrina’ della riforma, Maria Elena Boschi. E ancora: “innovatori” contro “conservatori del no”, per una riforma “attesa sa 70 anni” (dunque, prima ancora dell’entrata in vigore della Costituzione), era il ritornello scandito dal governo, in piena sovraesposizione mediatica. Una “visibilità abnorme” per il premier-segretario, denunciarono opposizioni e comitati. Inascoltati. Ma a Renzi non sarebbe bastata nemmeno quella. Né ricatti o fritturine, né bonus o mancette elettorali. Perché, la sentenza sulla “madre di tutte le battaglie” (Renzi dixit), è arrivata. E puntuale, tra “catastrofe” (evocata) e innovazione (presunta), la scelta degli italiani è stata chiara: meglio la “catastrofe“.

Dodici mesi sono passati da quella valanga di No alle urne: 60 a 40, smentiti pure i sondaggisti che raccontavano un Paese diviso, in pieno testa a testa. Il primo anniversario. Ma l’Apocalisse paventata per il day after? Nessuna traccia nel Paese. Soltanto nel Partito democratico, travolto e spaccato, da quella scissione che sembrava Godot, poi diventata realtà. Non ci credevano nemmeno Bersani, D’Alema e Speranza. “Questa è la nostra casa, ci vogliono le cannonate per mandarci via”, tuonava la Ditta. Ha finito per traslocare dal Nazareno. Ora pronta a lasciarsi guidare da Pietro Grasso – altro (ex) democratico in fuga – , con Sinistra Italiana e Possibile di Civati, in vista delle politiche di primavera. Un capolavoro renziano.

Non è bastata la personalizzazione all’ex premier per vincere: “Se perdo, lascio la politica”, amava ripetere. Si vota “per o contro Renzi”, è stato il messaggio arrivato agli elettori. Poi, non a caso, Renzi ha preferito correggere il tiro, con i sondaggi interni che già minavano le sue certezze. E la catastrofe sparì: “Non arriveranno le cavallette se vincerà il No”, disse solo a ridosso del voto. Una giravolta che si portò via pure le promesse. Niente addio, né per lui, né per Boschi, Carbone, Fedeli e tutti quelli che l’avevano annunciato. E poi subito dimenticato. “È una questione di serietà. Se vince il No, andiamo a casa”, erano state le parole dell’allora ministra per le Riforme. È cambiato il governo – un Renzi bis ma con Gentiloni al comando – , la legge che portava il suo nome fu bocciata. Ma più che l’Apocalisse, per Boschi è arrivata la promozione: sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei ministri. E l’uscita di scena? “Fake News“, la bollerebbero oggi Renzi e i suoi, per un tema diventato adesso centrale nell’agenda renziana. Ma, a quanto pare, non per tutti: “Le cause della sconfitta al referendum? Escluderei le fake news. Gli italiani sanno come e dove informarsi”, è convinto Richetti, portavoce nazionale Pd. Di fatto, smentendo il suo stesso leader.

Eppure di “fake news”, durante la campagna elettorale referendaria, ne sono girate tante. Proprio come quegli scenari del Financial Times, che preconizzavano per l’Italia l’uscita dall’euro e il default di otto banche, se avesse vinto il “No”. O come quelle propagandate in campagna elettorale dal fronte del “Sì”: “Se si tiene insieme la riforma costituzionale e il superamento delle province abbiamo un risparmio di 1 miliardo di euro”, rivendicò (il 31 maggio 2014) sempre Renzi. Per poi dimezzare i (presunti) risparmi. “500 milioni di euro” (novembre 2016). Bufala ripetuta all’unisono con la ministra Boschi. Perché fu la stessa Ragioneria dello Stato (28 ottobre 2014) a riportare i conti sulla Terra: appena 49 milioni sarebbe stato il risparmio se avesse vinto il , tra il taglio del numero dei senatori e delle relative indennità, più altri 8,7 per la chiusura del Cnel. Altro sopravvissuto al paventato “diluvio“.

Questione di “serietà“, dicevano. Per poi preferire, tra ministri e fedelissimi del segretario dem, la più classica e gattopardesca soluzione: tutto cambi, perché nulla cambi. E così una nuova poltrona non è sfuggita a nessuno o quasi: confermato pure Luca Lotti, braccio destro renziano. E, dopo un Congresso lampo, con in mezzo la scissione, alla fine è tornato pure Renzi, almeno alla guida del Nazareno. Ma se Boschi sembra ora aver rimosso gli annunci d’addio, almeno Renzi un motivo per non lasciare la politica l’ha “trovato”: “Non volevo rimangiarmi quella promessa, ma sono state 26mila mail a convincermi a restare”, si è difeso. Come Berlusconi e quell’uscita di scena impossibile, per “non lasciare il Paese ai comunisti” (prima), e poi a Grillo. Quell’ex Cav che, per il post-urne, già aspetta proprio Renzi, al di là degli slogan sul centrodestra unito. L’obiettivo? Rinverdire quel patto del Nazareno che già forgiò quella stessa riforma costituzionale, prima di venire archiviato, nei giorni dell’elezione di Mattarella. Chissà, forse soltanto per qualche tempo. Perché, numeri alla mano, la governabilità futura sarà quasi impossibile. Doveva garantirla l’Italicum, la legge che avrebbero dovuto copiare nel resto d’Europa. Non c’è più, dopo che in parte era già stata bocciata dalla Consulta. E sostituita, a colpi di voti di fiducia, dal Rosatellum bis, nel segno del grande accordo Pd-Forza Italia-centristi-Lega.

Un’intesa, Carroccio escluso, che sembra già la soluzione al rischio paralisi post-voto, seppur al momento negata da tutti, renziani in primis: le larghe intese Pd-Forza Italia (e quel che resterà della diaspora centrista). “Berlusconi? Sarà il nostro primo avversario”, smentisce il portavoce Pd Matteo Richetti. E il referendum, un anno dopo? “Ah, si sente spesso: chissà cosa sarebbe successo se avesse vinto il Sì. Ma dobbiamo ammettere che è stato un fallimento“, ha tagliato corto Renzi dall’ultima Leopolda. Poche parole, prima di una rimozione freudiana. E un auto-convincimento: “Oggi siamo più forti”. Tradotto, tutto archiviato. Stessi toni, lezione referendaria dimenticata. Perché, la parola d’ordine ora è già guardare alla campagna elettorale: “Quella era una partita da giocare, la rivendichiamo. Ma le Politiche saranno un’altra storia”, insiste Richetti. L’obiettivo? “Vincere, è chiaro”, ripetono in coro i renziani e pure il presidente Matteo Orfini. Con tanto di proclami, in numeri: 40 per cento. “Lei dirà, Richetti è matto: ma i sondaggi sono fatti per essere smentiti”, azzarda il portavoce dem. “Possiamo farcela, quello è l’obiettivo”, si accoda pure il renzianissimo Andrea Romano.

E il diluvio sul Pd? Tra i pochi a ricordare gli errori c’è Gianni Cuperlo: “Il referendum? Abbiamo pagato errori di merito e di metodo. E il guanto di sfida lanciato da Renzi non ha funzionato”, ammette l’ex presidente dem, che lavorò (invano) per tenere unito il Pd. E che ora spera: “Mi auguro che la campagna elettorale futura non sia schiacciata contro la sinistra“. Orfini sembra già smentirlo: “Per evitare la grande coalizione c’è soltanto un’unica soluzione: votare PD”. Un antipasto di “voto utile”, già leit-motive dichiarato della prossima campagna elettorale. Contro Mdp e gli ex scissionisti dem. La vendetta. Potrebbe non bastare. A meno che i numeri non vengano smentiti, come quelli del 4 dicembre, ma al contrario. “È già successo alle Europee. Altro che testa a testa, come dicevano. Abbiamo dato 20 punti a Grillo e preso più del 40%”, sottolinea Orfini. Sempre lo stesso numero, che ritorna. Raggiunto dai “Sì” al referendum. “Ripartiamo da lì”, rivendicano dal Nazareno. Il più realista, alla fine, resta il solito Cuperlo: “Fare la campagna sul 40%? Sarebbe come pronosticare il Benevento in Champions League“. E seppure, ne era convinto Richetti, Renzi è il “Messi della politica”, servirebbe davvero un miracolo calcistico. Nell’anno del disastro mondiale italiano.

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