Sei mesi dopo la nascita del movimento di protesta “Hirak” contro l’emarginazione della regione del Rif e la cattiva qualità dei servizi e a oltre un anno dalla tragica morte dell’ambulante Mouhcine Fikri, il governo marocchino continua a usare il pugno di ferro. Delle 400 persone finite in carcere dall’inizio di giugno, molte sono state condannate – anche a 20 anni di carcere – per vari atti di violenza.

Molti degli arrestati hanno denunciato di aver subito torture nel corso degli interrogatori. A luglio il ministro della Giustizia ha annunciato indagini su 66 casi, ma le conclusioni non sono note.

A Casablanca è in corso un processo contro 54 imputati che devono rispondere di “incitamento contro l’unità territoriale del regno”, “minaccia alla sicurezza interna dello stato”, “tentativo di pregiudicare la lealtà dei cittadini nei confronti dello stato e delle sue istituzioni”, “offesa a pubblici ufficiali e rappresentanti delle istituzioni” e “organizzazione di una protesta non autorizzata”. Dalle indagini non è emersa alcuna prova del loro coinvolgimento in atti di violenza.

Tra questi, c’è Nasser Zefzafi, considerato il leader di “Hirak”. Ha trascorso quasi 180 giorni in isolamento 22 ore su 24 nel carcere di Sbaa. Nei suoi confronti c’è anche l’accusa di “istigazione ad aggredire le forze di sicurezza“, per aver puntato il dito contro gli agenti che stavano per arrestarlo e aver gridato “Stato oppressore”.

Il giornalista Hamid El Mahdaoui, già arrestato in passato, è anche accusato di non aver avvertito le autorità quando ricevette la telefonata di uno sconosciuto che gli annunciava di aver acquistato armi per “scatenare la guerra” nel Rif. El Mahdaoui ha replicato di non averla presa minimamente sul serio, considerandola l’azione di un mitomane. Altri attivisti e blogger sono sotto processo unicamente per aver fatto la diretta delle proteste attraverso Facebook Live o aver postato informazioni sui social media.

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