Quello di Alfa Romeo in Formula 1 è certamente un gradito ritorno alle origini. Si potrebbe obiettare che la monoposto che correrà nel 2018 (con telaio Sauber e motore Ferrari) del Biscione avrà solo la livrea: un’osservazione giusta, che però non mina il significato commerciale dell’operazione – promuovere il marchio Alfa in tutto il mondo attraverso la massima serie motoristica – né preclude un futuro coinvolgimento tecnico più profondo del brand italiano.

La storia di Alfa Romeo si è intrecciata con quella della F1 per quasi 40 anni: le prime due edizioni del campionato del mondo furono vinte proprio dalla Scuderia italiana nel 1950 e 1951 grazie al “manico” di Nino Farina e Juan Manuel Fangio. Successi ottenuti con poche risorse e tecnologie prebelliche. Tuttavia nel 1952 l’IRI, l’ente pubblico proprietario di Alfa Romeo, ritirò la scuderia dalla competizione per la crescente concorrenza (specie di Ferrari) e per non destinare fondi alla onerosa progettazione di una nuova monoposto.

Dopo una pausa lunga quasi un decennio, Alfa Romeo si riaffacciò in Formula 1 da fornitore di motori, ruolo che ha rivestito fra alti e bassi dai primissimi anni ’60 fin quasi agli anni ’80: i propulsori del brand milanese sono finiti sotto il telaio di monoposto come De Tomaso, McLaren e Brabham. Sotto quest’ultima in particolare si celava un V12 boxer da oltre 500 Cv di potenza, ideato dall’ingegner Carlo Chiti.

Fu quest’ultimo a fare pressione affinché Alfa tornasse a correre da costruttore: nel ’77 il progetto per una nuova monoposto venne quindi affidato ad Autodelta, il reparto corse della marca italiana e l’auto scese in pista nel Gran Premio del Belgio del 1979 (nello stesso anno Alfa continuava a fornire i suoi motori alla Brabham). Il ritorno fra i cordoli però non fu affatto trionfale dato che Alfa non conquistò nemmeno un Gran Premio per anni, ritirandosi definitivamente come team nel 1985 e terminando la fornitura di motori nel 1988.