Dal 1964, golpe della giunta militare in Brasile, al 1990, fine del regime di Augusto Pinochet in Cile, le dittature sud-americane inghiottirono nei loro lager circa 80mila oppositori politici. L’Argentina detiene il funesto primato delle morti accertate. Il triumvirato golpista era composto dall’ammiraglio Emilio Massera, Orlando Agosti, (aviazione) con a capo il generale Jorge Rafael Videla.

I loro carnefici rapirono 30mila persone, seviziandole a morte nei Centri clandestini detenzione e tortura (Ccdyt). Inferni dai nomi pacifici: Club Atlético, Campo de Mayo, Garage Olimpo. Crimini perpetrati nel silenzio assoluto, rotto in seguito grazie l’associazione Abuelas y madres de Plaza de Mayo, nonne e madri dei giovani scomparsi, che portarono il dramma argentino sul palcoscenico internazionale.

In Cile, Pinochet scelse invece un profilo alto, durante il golpe in diretta del 1973, che portò al probabile suicidio di Salvador Allende. Sulle cifre delle vittime, persistono polemiche. L’inchiesta post-regime, registrò 3.508 assassinati, e quasi 30mila torturati. Dati contestati da osservatori esterni, che aggiornarono la lista delle persone mai ritrovate a 17mila unità, 40mila sottoposte a tortura. In Brasile durante il governo Lula, furono dichiarate 475 vittime, oltre a un migliaio di seviziati. Eppure, queste cifre pur spaventose, quasi sbiadiscono rispetto ai desaparecidos non politici, che solo in Brasile sono sei volte maggiori. Un fenomeno preoccupante, un mistero di cui pochi scrivono.

Ecuador, congetture e nessuna certezza

Dal 2011 al 2013, arrivarono alla Procura di Quito 17.550 denunce di persone scomparse, di cui ben 5.655 riguardavano proprio la Capitale.  Percentuali a tripla cifra furono registrate a Imbabura, Santo Domingo, Esmeraldas, le provincie ecuadoriane più povere. Non è un caso, che tali sparizioni si concentrino spesso nelle aree più indigenti del territorio. Disoccupazione e lavoro nero, aumentano piaghe come traffico di esseri umani legato a prostituzione, mercato di organi e adozioni illegali, che, a detta delle testimonianze raccolte, sono fattori strettamente connessi ai desaparecidos.

Al Terminale Terrestre Quitumbe, il capolinea di tutti i bus regionali, si concentrano gli indios che la crisi dell’artigianato al mercato Otavalo ha costretto a spostarsi con le famiglie, per cercare fortuna altrove. Tornando agli scomparsi, l’ufficio centrale di polizia è un mosaico di locandine appese dai familiari, appelli disperati ai passanti per il ritrovamento dei congiunti. Il piantone attribuisce alla fuga volontaria e a un precario stato mentale, la causa principale del fenomeno.

Dichiarazione contraddetta in parte da Aae (Asylum access ecuador), Ong che assiste le rifugiate colombiane, scampate ai cartelli della prostituzione. Costoro sarebbero i maggiori indiziati di sequestri, anche dentro il confine ecuadoriano. Le adozioni a beneficio di coppie straniere, supportate da documenti falsi, sono un altro business in Ecuador. Dal 2009, la polizia ecuadoriana si è aggiunta al portale Latinoamericanos Desaparecidos, e ciò ha contribuito, nel lungo termine, a un miglioramento dei risultati nelle indagini. Su 5.123 casi del 2016, ne sono stati risolti 4.000.

4.400 antecedenti permangono tuttavia senza risposta.

Brasile e Messico, un’ecatombe

Secondo Fórum Brasileiro de Segurança Pública, sono 693.076 le denunce di scomparsa dal 2007 al 2016 in Brasile, una media di 197 a giorno. La guerra per il narcotraffico sfocerebbe in sparizioni stile lupara bianca. Difatti il profilo medio delle vittime appartiene a bambini, o adolescenti di colore che vivono nei quartieri più poveri delle metropoli.

La città di Sao Paulo è in testa alla classifica, con 212mila casi. Che siano uccisi per vendetta, o utilizzati per il traffico d’organi, rimane un mistero. Il fattore di odio razziale, è un’ipotesi plausibile, trattandosi soprattutto di neri. Sta di fatto che, dalla fine della dittatura, non esista una banca dati per monitorare il fenomeno e confrontarlo con altri Stati. Una grave pecca, come fu per l’Ecuador pre-2009. In Messico i cartelli della droga hanno, di fatto, esautorato lo Stato.

Los Zetas, la gang più potente, dissemina il territorio di casas de seguridad, luoghi di detenzione dei sequestrati. I  suoi vertici, secondo le denunce di osservatori, mantengono nel libro paga una lunga lista di membri della polizia giudiziaria. Dal 2006 sono oltre 32mila i casi di desaparecidos, in gran parte insoluti. Non basta: si ammazzano anche i genitori, che denunciano l’inerzia delle indagini e le complicità governative.

Elizabeth Rodríguez, parte del Colectivo desaparecidos è stata uccisa a maggio. Una mamma privata di sua figlia, colpevole di non essersi arresa.