Hollywood brucia, le fiamme lambiscono Cinecittà. Le sordide vicende di un laido come Weinstein rischiano di svuotare l’ultracentenario Eldorado dei divi, dove curiosamente il Sofà del Produttore descritto nell’illuminante libro di Alan Seldwin era in bella vista da sempre e in tante e tanti vi si sono accomodati senza troppi imbarazzi. Sì, l’irrefrenabile pulsione priapica di Mr. Harvey è decisamente rivoltante, perché al concetto stupratorio della sessualità somma il ricatto del potente nei confronti delle indifese. Prima o poi la caduta di un tipaccio come lui andava messa in conto: e la sommossa delle attrici è qualcosa di memorabile, di epocale, ancorché tardiva. Certo, nessun commentatore che non abbia vissuto la drammatica esperienza da vittima del predatore potrà mettersi di traverso, se non vorrà correre il rischio di essere additato come complice o simpatizzante del mostro. Perché la caccia al Porco, col passare dei giorni, diventa sempre più implacabile, animata da una furia che mischia senza distinzioni il concetto di violenza sessuale con quello di “comportamento inappropriato”, la palpata di culo con la battuta sgradevole, il “sali in camera con me altrimenti non avrai la parte” con infelici avance da poveri di spirito. E quella che era nata come una sacrosanta battaglia da neo suffragette (ancorché, dicono, inspirata dal fratello di Weinstein, desideroso di togliersi dalle scatole in azienda il sovraeccitato Harvey) rischia di trasformarsi in una mattanza dove non distingui più l’accusa fondata dal rancore personale, lo choc-che-ti-cambia-in-peggio-la-vita dal banale tornaconto. Tycoon, registi, superstar, tutti sfiorati dal sospetto di essere degli orchi, finché spunta una testimonianza – magari di trent’anni prima – e addio carriera. È capitato a Weinstein, oggi in Italia è Fausto Brizzi a dover mobilitare i legali.

Quanto al caso Spacey, qui le donne non c’entrano neppure. E il fronte cambia di nuovo, generando nuovi rebus: se parliamo di un pedofilo che decenni fa aveva molestato un minorenne, la riprovazione pubblica ha un senso. Se spettegoliamo su un gay miliardario che organizza crociere tra maschi consenzienti, qual è il punto? Davvero le case di produzione che strapagavano il talentuoso Kevin ne ignoravano le inclinazioni? Per cosa – esattamente – lo hanno gettato a mare? Per una vocazione omosessuale difficile da “contenere”? Occhio: perché se al mattatore di “House of Cards” piaceva infilare le mani nei pantaloni dei ragazzini sarà giusto che paghi, una volta provate le insinuazioni. Ma se lo hanno incenerito in quanto gay che faceva le ammucchiate, allora Hollywood si svuoterà e dovrà chiudere i battenti.

E sì: la Fabbrica dei Sogni si è trasformata in un postribolo da incubo. Di questo passo, sarà difficile trovare uno straccio di attore cui attribuire il prossimo Oscar. L’onda cavalcata dalle attrici in nome delle tante – troppe – donne vittime di abusi e prepotenze sessuali su ogni luogo di lavoro si è presto trasformata in uno tsunami puritano, anzi talebano, dove non capisce più niente, e dove alcuni dei tratti distintivi della società e del kulturmarket occidentale potrebbero essere spazzati via per sempre. A Los Angeles scoprono oggi – oggi! – che gli studios sono covi di arroganti casanova, di puttanieri e di celebrità col “vizietto”. Ma il cinema è molto di più di questo: una scatola magica dove l’immaginario collettivo viene espanso da più di un secolo. Non smetteremo di perderci in quel grande schermo solo perché viene creato anche da qualche sporcaccione. La politica? Pure lì, in quel recinto lordo, vi razzolano e grufolano delle bestie spaventose: ma non possiamo non continuare a fidarci – turandoci il naso – delle istituzioni che rappresentano. Lo sport? Idem.

Attenzione, perché in questo balletto di giuste cause, vecchie miopie risanate e ipocrità diffusa il prossimo campo dove verranno appiccate le fiamme sarà quello della Musica. Anzi, strano che non l’abbiano già fatto. Eppure gli Eagles ci avevano già avvertiti quaranta e passa anni fa con quel capolavoro di ballata, “Hotel California”, che qui in Italia molti hanno frainteso come un delizioso trallallero rock e invece era la metaforica denuncia di uno star-system nel quale puoi entrare, a patto di vendere il tuo corpo e la tua anima, ma dal quale non potrai più uscire, il luciferino “albergo” che non ti consente di allontanarti pena la tua stessa vita. Quell’Hotel California identificabile con lo Chateau Marmont del Sunset Boulevard dove tutto l’establishment del rock e del pop si è in ogni stagione mischiato con quello hollywoodiano per baccanali, orge, festini di droga, avventure irriferibili, pratiche innominabili, eccessi da far impallidire Sodoma e Babilonia messe insieme. E dove una brutta notte morì John Belushi, al termine di una settimana di stravizi con eroina e coca, un ultimo squallido party nel suo bungalow con Robert De Niro, Robin Williams e forse Jack Nicholson.

La Musica non è stata ancora messa nel mirino dei neopuritani, ma è questione di ore. E non basterà agli artisti che verranno additati ricordare che da più di mezzo secolo il Rock, il Pop e il Rap hanno fatto della trasgressione una bandiera, e della disponibilità dei giovanissimi fan di entrambi i sessi una bandiera. Le star hanno rivendicato con fierezza le loro collezioni di groupie, di toy-boy, di amanti adolescenti. Qualche volta hanno saldato il conto con la giustizia, ma a confronto della vastità del fenomeno le sanzioni son state briciole. E l’America, specchio dell’Occidente, ha quasi sempre fatto spallucce, alzando la voce in rari momenti. Come quando i network tv impedirono di riprendere Elvis dal bacino in giù, perché le giovanissime andavano in deliquio. O come quando negli anni Ottanta le signore di Washington (con in testa Tipper Gore, moglie di Al) mobilitarono il Congresso per imporre bollini di censura sui dischi che contenevano “testi espliciti”. Tutto era nato da “Darling Nikki” di Prince, la storia di una ragazzina che si masturbava, una cosa appena meno poetica di “Albachiara”. Controlliamo l’orologio e aspettiamo l’imminente nuova fiammata moralizzatrice che si sprigionerà Oltreoceano e presto innescherà fuochi mortali anche da noi. Dove in tanti, fra i nostri artisti, temono finisca carbonizzata la propria immagine di idoli per grandi e piccini. Basterà una scintilla, e vedrete che scandali. Ma non per questo smetteremo di amare le loro canzoni. Non per questo si spegnerà la Musica. Speriamo, almeno.