Il seguito di cui gode Cristina D’Avena non era in discussione. Per rendersene conto bastava fare un salto a uno dei suoi tanti live, sempre sold out (di quelli veri, con migliaia di persone a saltare e cantare) da Trento a Ragusa.  Certo è, però, che la narratrice musicale di intere generazioni era rimasta ingabbiata (anche per scelta) nel ruolo di faccetta carina e coccolosa, volto senza macchia dell’infanzia italica, una sorta di Madonna Pellegrina che doveva stare lì, nel suo, con il mondo della musica leggera italiana che la considerava un fenomeno “inferiore”, un’altra cosa rispetto alla musica “vera”. Tutte cazzate, ovviamente. E il tempo a volte è galantuomo sul serio, visto che la rivincita di Cristina (che in realtà ha sempre detto di essere soddisfatta della carriera che ha fatto) è arrivata con l’album Duets, una raccolta di 16 sigle storiche di Cartoni Animati ’80-’90 cantate con altrettanti grandi nomi della musica italiana dei nostri giorni. Ci sono tutti o quasi gli artisti che piacciono ai più giovani, a quelli che ai tempi di Bim Bum Bam non erano nati e che forse Creamy o Magica Emi non l’hanno mai vista.

Le sigle, però, le conoscono lo stesso, proprio perché la D’Avena ha continuato per trent’anni a tramandare un patrimonio ultraleggero ma suggestivo che non doveva e non poteva andare sprecato. Cristina è stata una madeleine proustiana vivente, pronta a riportare i quarantenni e i trentenni di oggi a emozioni e sensazioni che giocoforza si perdono col passare del tempo, sommerse da preoccupazioni, incombenze, problemi “da grandi”. Quel naso che si arriccia a sottolineare un momento tenero o buffo del brano, quelle gonne ampie da personaggio delle favole (o dei cartoni, appunto), hanno rappresentato un elemento di continuità nella vita di molti di noi. Una granitica certezza, una di quelle che niente e nessuno potrà portarti via.

E “Duets” è il sigillo, la certificazione, il riconoscimento ulteriore a una signora che non è stata solo “quella delle sigle”, ma davvero il simbolo di almeno due generazioni. Scorrendo i nomi degli artisti che hanno accettato di duettare con la D’Avena, c’è tutta la musica italiana che conta e vende oggi: da Emma Marrone a Ermal Meta, da J-Ax a Michele Bravi, e poi Arisa, Noemi, una signora della musica come Loredana Bertè, gli idoli generazionali Bernabei e Benji & Fede, Francesca Michielin e i La Rua, Baby K e Giusy Ferreri, Elio, Annalisa e Chiara Galiazzo.

Le canzoni le conosciamo davvero tutti, ma non si è trattato di una riproposizione scolastica delle sigle dei cartoni. Ci sono arrangiamenti nuovi, più “adulti”. Ci sono reinterpretazioni originali e convincenti. Magari si poteva fare qualcosa in più nella produzione musicale, visto che a tratti le basi sembrano MIDI da Karaoke per Windows 98, ma alcune perle vere ci sono, a cominciare da “Piccoli problemi di cuore”, che con Ermal Meta diventa un duetto da “adulti”, credibile, intenso e appassionato. Altro che roba per bambini. Era rock già all’epoca ed è ancora più rock oggi la sigla di “Jem”, cantata dalla D’Avena con una Emma scatenata e assolutamente perfetta per il pezzo in questione. Così come la sigla di Sailor Moon sembra scritta apposta per Chiara Galiazzo (che nella sua carriera, invece, ha spesso dovuto cantare pezzi non all’altezza delle sue grosse capacità). La migliore è forse Lady Oscar, con una Noemi che forse anche per indole e “cazzimma” è la voce ideale per cantare le gesta dell’indomita Oscar François de Jarjayes. Fuori concorso è la versione di “Occhi di gatto” con la Bertè, perché l’incontro tra la dolce D’Avena e l’irruenta Loredana ha prodotto un gioiellino niente male.

Produzione musicale a parte, dunque, tutte le canzoni sono belle belle in modo assurdo allo stesso modo? Nemmeno per sogno, visto che un neo enorme c’è, in questo “Duets” che dopo poche ore è diventato già un disco cult. E il problema è che si tratta di una delle sigle più amate della storia dei cartoni animati, cioè “Kiss me Licia”. A duettare tra le pieghe delle vicende intricate di Licia, Mirko, Satomi e Marrabbio, è stata chiamata Baby K, che purtroppo non si è dimostrata all’altezza nel reinterpretare senza maciullare indegnamente una delle colonne sonore dell’infanzia di milioni di trentenni e quarantenni di oggi. È brutta davvero, diciamo la verità, e nessuno si azzardi a dare la colpa alla parte “rappata”, perché non è la scelta rap il problema. Anche perché in Pollon, invece, J-Ax fa un lavoro convincente scegliendo la stessa strada.

Il problema è che la reinterpretazione di Baby K è banale, non aggiunge nulla ma anzi toglie la magia a quello che, contestualizzando, possiamo tranquillamente definire un pezzone, una hit imperitura. Il fatto che, forse per la prima volta da anni, non urli il proprio nome all’inizio della canzone è solo una magrissima consolazione che non può bastare alle nostre orecchie massacrate da cotanto vilipendio.  A parte questo, però, Duets è davvero un’operazione geniale perché sfrutta l’inesauribile vena aurifera della nostalgia, della memoria dei tempi che furono, ma la attualizza, la rende contemporanea e soprattutto la trasforma anche in un “prodotto” perfetto per una narrazione social, senza la quale oggi non vai da nessuna parte, soprattutto se vuoi parlare, oltre che al tuo pubblico abituale di trentenni e quarantenni, anche agli adolescenti di oggi.

Cristina D’Avena può e deve godersi questa ribalta strameritata, solo un’ulteriore conferma di essere entrata ormai da tempo nella storia della cultura popolare di questo Paese e di esserci rimasta per trent’anni abbondanti. I grandi nomi della musica che compaiono in Duets, sia chiaro, non servono a dare maggior lustro a una D’Avena che brilla già, e da quel dì, di luce propria. Anzi, sono loro a poter ricavare tanto, in termini di immagine, da un’operazione perfetta. Tutti lì, con gioia fanciullesca, attaccati a una delle tante gonne a ruota di Cristina, alla quale milioni e milioni di italiani si sono attaccati almeno una volta nella vita, dagli anni Ottanta a oggi.