Siore e siori ecco FICO. Il parco agroalimentare più grande al mondo è (quasi) pronto. L’abbiamo visitato per voi durante una giornata uggiosa, là nella lontana periferia del nord est bolognese. Tra giornalisti assatanati di buffet gratuiti fino a scoppiare, e funzionari comunali/regionali/città metropolitani che hanno preso mezza giornata di permesso ma non ne vogliono sapere di tornare in ufficio. Doveva essere il primo luogo dove si mostrava come nasce, cresce e si trasformano i buoni alimenti della terra. Ma così alla prima impressione sembra una fiera campionaria con tutti i suoi stand. Quelle fiere dove ti vendono l’aspirapolvere o c’è il tizio col microfono alla Ambra che fa le prove del pelapatate. Del resto a FICO più che osservare come un maiale diventa prosciutto (a proposito il macello non si vede, e non si vedono nemmeno i macellai con i grembiuli chiazzati di sangue), il prosciutto si vende a quintali. Chilometro zero, bio, rispetto per l’ambiente, sono i mantra oramai banalizzati che tempestano il cliente per un percorso che, fatto solo una volta, e di sola andata, rasenta i due chilometri.

A FICO si vendono sì pietanze in pregiati ristoranti, ma anche lampade, pentole, biro, quaderni, pasta (tantissima pasta fino alla nausea), piante, fiori, concime, libri, frutta, verdura, arachidi e noccioline. C’è perfino lo stand delle terme e della regione Calabria dove non si vende niente se non qualche insufflazione futura per far scomparire la stenosi tubarica o si mostrano i depliant per visitare lo Ionio come negli anni sessanta. Il top in questo enorme spicchio del parco però è il signor Fantini, un elegante romagnolo di Cervia che Oscar Farinetti, il “visionario”, ha convinto a ricostruire lungo uno spazio di FICO che sembra il Vomero una spiaggetta della Riviera. Sabbia, chioschetto, cabine dove spogliarsi, un campo da paddle e uno dedicato ai beach sports con tanto di istruttori. “Il vero e unico aperitivo di FICO si beve qui”, spiega deciso Fantini in mezzo a due vassoi di pizzette. E visto che la filosofia di FICO è mostrare la filiera, istruire i bimbi su quello che mangiano, meglio cercare i punti didattici per capirne di più su vini e mucche. Ricordiamo infatti che qui il guru dell’alimentazione, quello che spiega alla Catalano che è meglio mangiare una mela buona di una cattiva, che è meglio un uovo oggi che una gallina domani, si chiama Andrea Segré: professore di agraria che anni fa riuscì (e la battuta è di altri ma la scippiamo impunemente) a convincere le persone a mangiare lo yogurt scaduto che tanto non gli veniva la diarrea. Passata la ciucca dello yogurt, qui non c’è traccia di scatoline scadute, Segré gironzola tra le “giostre multimediali” e il minigolf di FICO, spazio che ci ricorda tanto l’adolescenza da Italia in Miniatura, visto che anche qui si è ideato uno stivale italiano con tante piantine e pecorine finte. Dicevamo delle giostre, quelle dove dovranno essere piazzati piccini e grandi. Intanto costano due euro (pacchetto dieci euro per sei giostre), e sono come delle camere oscure con pannelli di quinta elementare, due ruote parallele dove si abbinano gli animali e i rispettivi versi, e dove due hostess ci dicono, muovendo la mano di fianco alla guancia come fosse un segreto inconfessabile: “si viene sottoposti a quiz a cui nemmeno noi sapevamo rispondere”.

Senta la lasagnina”, “Senta la patatina”, “Assaggi il vinellino”. Il tour inaugurale di FICO soffre un po’ della mancanza dello storytelling farinettiano. Questo ecumenismo del buon bere, del buon mangiare, del colesterolo e dei trigliceridi scomparsi, della “belessa” del mondo che ci guarda e che viene a trovarci. Dovrebbero divulgarlo con gli altoparlanti il verbo dell’Oscar, come i discorsi di Kim Jong Un. Una sorta di ipnosi collettiva fatta di bottiglie di Barolo e cotolette. Perché in mezzo agli stand della campionaria ci si perde a forza di ascoltare le sirene dei prodotti di eccellenza che, sarà l’abitudine, ma hanno l’accento che oscilla dalla provincia di Parma a quella di Forlì, passando per Modena e Bologna, e poco altro. Infatti, il rischio che non si arrivi a vedere i pezzi forti del parco, magari avvolti tra le spire di una caciotta c’è tutto.

La lavorazione del chicco di caffè e i vasconi dello squacquerone, la filatura della pasta e la pestatura del frantoio, i sughi dell’Amerigo di Savigno e la fermentazione delle birre Baladin. Anche se l’apoteosi della ri-creazione del gesto agroalimentare è nell’angolino della tartufaia del boss Urbani, sigaro in bocca e vestito gessato. Qui si esce all’aperto, si sfiorano un paio di sottili bastoncini di vite che danno una malinconia infinita, e si incontra il masterchef Joe Bastianich che accarezza Bonnie. La cagnetta di quattro mesi che un po’ come la sovietica Laika sacrificherà la sua esistenza a scavare da mattina a sera nel giardinetto di FICO e a riportare gli stessi veri tartufi, dieci, venti volte al giorno, tra le mani dell’istruttrice che ogni mattina li nasconderà mezzo centimetro da dove li aveva nascosti il giorno prima. Sempre in tema animale c’è da dire che la tristezza che mettono quei poveri maialini tutti colorati che mangiucchiano bacche dietro le sbarre di una gabbia e ti vengono ad annusare la mano, è unica. Sono animali da esposizione. Ce ne saranno una trentina. Uno per specie. Le mucche vivranno sempre lì, i maiali una volta grandi verranno sostituiti come per magia da quelli più piccoli e presentabili. Sarà il ciclo della vita, la tradizione, il rapporto uomo animale dalla notte dei tempi, ma la pena nel vederli assieme a cavalli, ciuchini e caprette è pari solo a quella provata di fronte ai rassegnati animali da circo costretti con la forza a compiere azioni inconsulte per i voleri del domatore. FICO non si fa mancare nulla. Davvero. Nemmeno le biciclette (sponsorizzate) con cassette di legno davanti e dietro per percorrere più velocemente dall’entrata all’uscita il percorso vita e farsi gettare un caffè al volo, un pecorino lanciato tra le mani e poi un salto all’area barbecue con scivolo blu per l’infante. E per i cattolici cristiani c’è pure la cappella. Un terrificante spazio ricavato da una stanzino ministeriale con una targhetta dove si ringrazia Giovanni Paolo II che in quest’area industriale venne a battere il tempo delle canzoni di Bob Dylan nel 1997. Qualcuno disse che se al Caab era arrivato il papa, figuriamoci se a FICO non ci arriva un autobus. Qui allora si chiude la gita al FICO. Davanti ad un paio di autosnodati Iveco. Quei mezzi che dovranno trasportare parte dei sette milioni di visitatori del primo anno (stima Farinetti 2013, 2014, e anche più recente 2016) ma che quando girano per il centro di Bologna creano l’effetto tappo ad ogni incrocio.