E’ più facile dedicare una pagina al Papa in dialogo con gli astronauti che puntare i riflettori sulla denuncia approfondita che il cattolicesimo italiano nella “Settimana sociale” di Cagliari ha fatto della situazione di crescente sfruttamento a cui sono sottoposto i giovani del nuovo millennio. Denuncia della distruzione dell’ascensore sociale (e quindi del ceto medio) che coinvolge l’Italia ma anche in genere l’Occidente, colpendo la conquista forse più rilevante dei decenni seguiti alla Seconda Guerra mondiale: l’economia sociale di mercato.

Di fatto, i grandi media hanno steso un velo di disattenzione sul convegno di Cagliari, conclusosi questa domenica e organizzato dalla Conferenza episcopale italiana, con al centro la questione lavoro in Italia. Disattenzione forse dovuta al fatto che nessuna delle maggiori forze politiche italiane ha posto come seriamente e radicalmente la questione come centrale nei propri programmi. Dire cosa si propongono di fare i grandi bisonti dell’arena politica (Pd, Forza Italia, Lega, 5Stelle) per risollevare le sorti di generazioni bruciate – destinate ad andare in pensione a 75 anni con un assegno di nemmeno 500 euro – equivale a brancolare nella nebbia.

E allora è meglio ignorare le parole taglienti del presidente della Cei, cardinale Bassetti: “Bisogna essere franchi: il tempo delle chiacchiere è finito … concluso il tempo dei finanziamenti pubblici senza progetto. C’è una grande questione antropologica, generazionale: i tanti giovani precari e disoccupati” sulle cui spalle oltre alla grande crisi scoppiata nel 2008 “è caduto il costo iniquo di una politica miope che nei decenni passati ha sprecato risorse importanti del Paese perché non ha avuto la lungimiranza di guardare al futuro”.

Per affrontate un problema occorre guardare in faccia le condizioni autentiche della scena. Senza orpelli, né la quotidiana tiritera che tutto si risolve abbassando le tasse e stimolando (genericamente) il motore dell’economia. E senza dolcificanti ha parlato Francesco nel suo videomessaggio, riflesso ideale della sorte di milioni di giovani italiani. “Il lavoro precario è una ferita aperta. L’angoscia della persona che ha un lavoro da settembre a giugno e non sa se lo avrà nel prossimo settembre. Questo uccide: uccide la dignità, uccide la famiglia, uccide la società. Lavoro nero e lavoro precario uccidono”.

Tenuto conto del nesso stretto tra lavoro mancante o sfruttato e povertà. L’ultimo rapporto della Caritas ricorda che in Italia 1 milione e 292mila bambini e adolescenti vivono in povertà assoluta, due milioni e 297mila in povertà relativa; i figli di 4 famiglie su 10 non hanno il riscaldamento in casa d’inverno; un bambino su 20 non ha nemmeno un pasto proteico adeguato al giorno.

Quale partito ha messo al centro del suo programma questa autentica catastrofe sociale? Si pensi, ad esempio, al part-time involontario imposto dalle imprese (tu lavori part-time, con garanzie da part-time, ma devi essere disponibile in ogni momento), lavoro servile schizzato nel settore femminile dal 35 al 58 per cento. E’ drammatica l’assenza di una reale presa di coscienza operativa da parte della classe politica. A parte la sfilata cagliaritana di esponenti di governo e le parole di buona volontà del premier Paolo Gentiloni: “Il precariato senza futuro e senza diritti è una delle offese più terribili della dignità del lavoro”.

Di fatto, l’area del pensiero sociale cattolico sembra essere rimasta l’unico spazio in cui si voglia evidenziare (specialmente da Giovanni Paolo II in poi) che il lavoro non può essere trattato da mera prestazione, ma deve essere considerato elemento fondante della personalità e dell’identità di un individuo. C’è bisogno di un “cambio di paradigma”, uscendo dai diktat del sistema tecno-finanziario, come ripete papa Francesco. Uomo e ambiente non possono essere “ridotti a semplici oggetti di sfruttamento”, ha sottolineato il cardinale Bassetti.

Si tratta di scegliere, ha detto il sociologo Mauro Magatti, segretario del comitato delle Settimane sociali, tra “spremere il limone dell’efficienza aziendale” oppure dare alle giovani generazioni la possibilità di diventare autori e attori di un sistema di sviluppo umanizzato orientato al “bene comune” e quindi basato su un “lavoro degno, non sfruttato e degradato, ragionevolmente retribuito e stabile”. Non sono parole, sono criteri su cui impostare una politica. La Chiesa non vuole dare ricette. Ma proposte sì. Il presidente della Cei ha lanciato l’idea di uno sforzo collettivo, un “Piano di sviluppo per l’Italia” incardinato sull’attenzione alla famiglia e alla messa in sicurezza del territorio e del paesaggio. Al premier Gentiloni sono state trasmesse quattro proposte concrete su formazione e occupazione giovanile, finanziamenti alle piccole e medie imprese, codice degli appalti della Pubblica amministrazione (per controllare le concessioni al ribasso), rimodulazione delle aliquote iva.