C’è un altro attore “violentato” nella cronaca hollywoodiana di oggi. Si chiama Kevin Spacey. Da poche ore, da quanto il collega Anthony Rapp ha accusato il premio Oscar di molestie avvenute nel 1986, Spacey è diventato immediatamente uno stupratore seriale come Harvey Weinstein. Non importa più ciò che è accaduto realmente trentuno anni fa. Perché in mezzo al caos dei ricordi, delle mani palpatrici, degli inviti più o meno pressanti a massaggi e lingue in bocca o dietro l’orecchio, le stigmate del porco dalla libido irrefrenabile, perlopiù su un minorenne, sono cresciute in un secondo addosso al Frank Underwood di House of Cards. Diciamolo con chiarezza per i suoi fan accaniti: più o meno dalla notte di Halloween 2017 Spacey presenterà un po’ meno show comici, sarà un po’ meno l’intrattenitore dei convegni liberal, interpreterà un po’ meno parti di rilievo al cinema e in tv. Bene. Qualcuno dirà che il maiale se lo merita. A notte inoltrata, finito il party con gli amici, entrare da ubriaco 26enne nella camera da letto del proprio appartamento e prendere in braccio “come uno sposo solleva una sposa” un collega 14enne, salito sì al party di sua sponte ma che annoiato se ne stava lì a guardare la tv, per poi provare a “sedurlo” non si fa, non si deve, non è un comportamento umanamente e giuridicamente nella norma. Come dire, più pedofilo che molestatore, Spacey ha chiesto scusa online, su Twitter. Immediatamente. Fermamente. “Non me lo ricordo però mi scuso di tutto”. In più sempre nello stesso post, ha confessato, dopo venticinque anni di riservatezza mantenuta con una certa abile e fascinosa strategia sulla propria privacy, di essere gay.

Così in mezzo a questo marasma tra cronaca ed emotività, di vittime ci sembra ce ne siano comunque due. Quella con un sottile e tremante dito alzato solo quando la tempesta attorno è conclamata, “ho confessato ergendomi sulle spalle di donne coraggiose”, ha twittato Rapp oggi comunque attore affermato di una serie tv come Star Trek Discovery infilandosi d’imperio in una categoria ancora complessa e in via di definizione; dall’altro le parole impaurite della star che suonano come un tonfo, una capitolazione clamorosa, e che la costringono ad un inatteso scossone psicologico ed emotivo a livello identitario (“sono gay”) non di certo così facilmente gestibile a livello professionale anche per una star come Spacey.

E così, rimanendo fermi nel condannare ogni tipo di molestia e violenza su donne e uomini indifesi fisicamente e ricattabili professionalmente, c’è un click, un dettaglio che sfugge, e che ci spinge a prendere le difese di Spacey. Far scalare Hollywood ricattando sessualmente qualcuno/a, concedere il potere di regalare o togliere un ruolo cinematografico di primo piano attraverso sesso orale, non sono atti finito al centro di questo scandalo improvviso. Spacey non ha ricattato nessuno e Rapp non è mai stato ostacolato nella sua carriera dall’attore premio Oscar. Insomma, qui la molestia, con il 26enne che lascia comunque andare via dalla sua stanza senza violenza alcuna il 14enne, sembra aver un peso specifico che investe entrambe le figure. Non si tratta di infrangere l’idolo zozzo e impunito per farlo finire nella polvere, bensì di una sorta di confessione spettacolarmente pubblica di una questione oggettivamente privata. Uno scandalo che doveva finire semmai, con prove evidenti, davanti ad un general attorney, come nelle stanze di costosi psicoterapeuti, probabilmente per entrambi. Ora, invece, diventa solo ed esclusivamente uno schizzo di fango nerissimo, pesante, quasi insormontabile, nella vita di un attempato presunto carnefice che da stamattina è diventato pure lui vittima di un meccanismo infernale dal quale non ne uscirà mai più come prima.