Come i non sempre benevoli interlocutori di questi miei post hanno sovente rimarcato, la situazione spagnola tende a infliggermi profonde lacerazioni dell’anima. Nello scontro in apparenza insanabile tra Madrid e Barcellona.

La difficoltà tanto a parteggiare per uno dei contendenti come ad accettare le facili semplificazioni che ci vengono proposte di quello che accade in un Paese dove ogni vicenda tende inevitabilmente a complicarsi, tingendosi del locale umor nero.

Sarà perché la famiglia di mia nonna era valenciana, dunque con lo sguardo rivolto alla Castiglia, e contemporaneamente sono catalani alcuni degli amici da cui più ho appreso; a cominciare da Manuel Castells, personificazione di una terra orgogliosa e cosmopolita, repubblicana e anticlericale, tuttora uno dei luoghi più intelligentemente creativi del nostro continente.

In sostanza, ad oggi siamo davanti al classico cul di sacco, in cui hanno cacciato le comunità che pretenderebbero di rappresentare non due leader, bensì una coppia di caricature delle rispettive storie patrie: da un lato il velleitario utopista pasticcione Carles Puigdemont, a cui ora non riesce l’azzardo di costruire la cattedrale dell’indipendenza che con ben altri materiali l’architetto visionariamente catalanista Antoni Gaudì aveva saputo edificare all’inizio del Novecento; dall’altro la spettrale figura dell’ottuso burocrate Mariano Rajoy, reincarnazione grottesca di Tomás de Torquemada e delle sue follie fanaticamente persecutorie.

Tragiche macchiette di una vicenda che si è aggrovigliata fino a diventare viluppo inestricabile, reso vieppiù tale dai contributi di comprimari assolutamente inadeguati: con in testa re Filippo IV, che conferma l’endemica quanto proterva insipienza politica dei Borbone (eccezion fatta per il comportamento di suo padre durante il mancato colpo di Stato del tenente colonnello Tejero) e la vice premier Soraya Sanchez de Santamaria, perfetta rivisitazione di Crudelia Demon.

Quadro cupo, intriso degli umori autodistruttivi di questa terra di contrasti, dove il nero carbone dei suoi tori si staglia contro le luci abbaglianti della solarità, il giallorosso degli stendardi. E la passione sovrasta la ragione, mentre sullo sfondo avanza il simbolo letterario di una meravigliosa inconcludenza retroversa: Don Quijote a cavallo di Ronzinante.

Sicché vale ben poco fare appello agli interessi, ricordando agli uni che Barcellona rappresenta larga parte del Pil spagnolo e agli altri che la Catalogna, terra di capitalisti e operai, ha potuto lucrare a lungo di vantaggi monopolistici nei mercati dell’ecumene di lingua spagnola: quando il sentimento acceca il raziocinio la storia rischia di finir male.

Una conclusione disastrosa destinata a dilagare ben oltre i perimetri attuali, investendo l’intero assetto europeo; il concerto di governanti, interessati esclusivamente a mantenere la propria presa miope sugli Stati di provenienza, così bene rappresentati da quell’Angela Merkel a cui – come ha scritto Jürgen Habermas – “le prospettive sono state sempre estranee”. Quei politicanti tremebondi e avidi, che nella vicenda spagnola hanno visto soltanto il pericolo di un precedente, a rischio di riverberarsi sui separatismo latenti in casa d’ognuno di loro (la Corsica per la Francia, la Scozia per l’Inghilterra e così via).

Calcolo appunto miopissimo, quando ormai appare evidente il problema che fa capolino dietro le sceneggiate tra Barcellona e Madrid: la sovranità corrisponde sempre meno allo Stato sovrano; alla faccia dei sovranisti nostrani e non solo.

La grande sfida rimossa della costruzione europea, nata come intuizione di avanguardie e che potrà uscire dal suo – di cul di sacco – solo grazie a un grande sforzo di innovazione politica democratica. Roba non alla portata di Merkel e compari, che sperano di poter perseverare a tempo indefinito nel loro sonno intorpidente. Che, come disse uno spagnolo, è destinato a generare altri mostri.