La partita sullo Ius soli sembrava ormai chiusa, rimandata alla prossima legislatura. Poi la riforma della cittadinanza è tornata al centro del dibattito parlamentare tra mobilitazione politica, scioperi della fame e quel filo che lega il destino del ddl all’approvazione della legge elettorale. Sostenuto dal Partito democratico, Mdp e Sinistra italiana, il provvedimento è stato approvato alla Camera nel 2015, ma al Senato, dove la maggioranza ha numeri molto più risicati, la discussione non è mai iniziata, soprattutto a causa dell’opposizione di Lega Nord che ha presentato decine di emendamenti, Forza Italia e Alternativa Popolare. Il Movimento 5 Stelle, invece, ha annunciato che si asterrà, così come aveva già fatto alla Camera. Negli ultimi mesi si è detto di tutto sulla proposta di legge tanto da generare spesso confusione. Ma cosa accadrebbe se il testo venisse approvato, anche se a questo punto della legislatura appare assai improbabile? Che cos’è lo Ius soli? Ecco le verità e le bugie raccontate sulla nuova legge.

LE  VERITÀ
IL DDL INTRODUCE  UNO IUS SOLI TEMPERATO – Con l’espressione Ius soli (dal latino “diritto del suolo”) si indica l’acquisizione della cittadinanza di un Paese per chiunque nasca su quel territorio. In questo caso, però, si parla di Ius soli puro, come quello che vige negli Stati Uniti, dove per essere cittadini basta nascere su quel territorio, incluse le ambasciate. La proposta di legge, invece, vuole introdurre uno Ius soli temperato: la cittadinanza non si acquisisce automaticamente se si nasce in Italia, ma a determinate condizioni. In primis che uno dei due genitori si trovi legalmente in questo Paese da almeno 5 anni, quindi che sia in possesso del permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo (cittadini extra Ue) o del diritto di soggiorno permanente (cittadini Ue).

SI ALLARGANO LE MAGLIE DELLA DISCIPLINA ATTUALE – Ad oggi, invece, in Italia vige la legge 91 introdotta nel 1992. Si applica lo ius sanguinis (diritto di sangue): un bambino è italiano se lo è almeno uno dei genitori, non basta che sia nato nel nostro Paese. Oggi i figli di stranieri, anche se partoriti in Italia, possono chiedere la cittadinanza solo dopo i 18 anni a condizione che fino a quel momento abbiano risieduto legalmente e ininterrottamente. In questo caso devono farne richiesta entro un anno dal compimento della maggiore età. Il ddl concede altri due anni di tempo prima della scadenza dei termini.

ANCHE OGGI ESISTONO DELLE ECCEZIONI – Tuttavia è necessario ricordare che la legge attuale prevede delle eccezioni. La cittadinanza per nascita è riconosciuta a chi nasce in Italia da genitori ignoti o apolidi, ai bambini abbandonati che non siano in possesso di un’altra cittadinanza e a quelli nati in Italia, ma solo se lo Stato di origine dei genitori esclude che un figlio nato all’estero possa acquisire la loro cittadinanza. Una legge, quella attuale, ritenuta da molti anacronistica, perché non tiene conto della situazione attuale del Paese e della presenza sul territorio di migliaia di bambini cresciuti in Italia.

DUE STRADE PER LA CITTADINANZA – Con la nuova legge sarà possibile ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni attraverso due strade: quella dello ius soli temperato da alcune condizioni e, in alternativa, quella dello ius culturae, ossia il diritto legato all’istruzione. Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno 5 anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero, ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni, potranno ottenere la cittadinanza dopo aver vissuto nel nostro Paese per almeno 6 anni e avere superato un ciclo scolastico.

800MILA PERSONE IN ATTESA – Sono oltre 800mila le persone che aspettano l’approvazione della riforma sulla cittadinanza. Secondo i dati del ministero dell’Istruzione, aggiornati al 31 dicembre 2016, in Italia ci sono 815mila alunni e alunne che verrebbero coinvolti dalla nuova legge. Bisogna considerare sia i figli di immigrati nati in Italia dal 1998 ad oggi i cui genitori risiedono in Italia da almeno 5 anni (che acquisirebbero la cittadinanza con lo ius soli temperato) sia gli alunni nati all’estero che abbiano già completato 5 anni di scuola in Italia (e che rientrano nella riforma grazie allo ius culturae). Si tratta di persone che stanno crescendo nel nostro Paese, che già parlano la nostra lingua, vivono e studiano in Italia, dove però non hanno voce in capitolo sulle questioni che li riguardano in prima persona. Per non parlare delle differenze che i ragazzi vivono tra i banchi di scuola. Non è un caso se il mondo della scuola è in prima fila nella battaglia a favore dello Ius soli. Secondo uno studio della Fondazione Leone Moressa, a questo numero di potenziali beneficiari immediati (circa il 74% dei minori stranieri in tutta Italia) vanno aggiunti 58mila nuovi potenziali beneficiari ogni anno.