L’Iran “è una dittatura che ha addestrato Al Qaeda” e l’accordo sul nucleare voluto da Barack Obama è “una delle cose peggiori mai firmate dagli Usa”. “Sulla base di quanto ho visto vi annuncio che noi non possiamo certificarlo”. Nel delineare la nuova strategia nelle relazioni con Teheran elaborata con “il suo team per la sicurezza nazionale”, Donald Trump ha rispettato le previsioni della vigilia. Come anticipato nel pomeriggio dal segretario di Stato Rex Tillerson, il presidente degli Stati Uniti ha decertificato l’intesa firmata il 2 aprile 2015 dal gruppo “5+1” con il presidente iraniano Hassan Rohani, sovvertendo il nuovo corso delle relazioni tra i due Stati inaugurato dal predecessore. E aprendo un nuovo fronte di crisi dopo quello inaugurato con la Corea del Nord. Ma per ora il tycoon non ha rotto ufficialmente il patto e ha passato la palla al Congresso.

“Teheran non rispetta lo spirito dell’accordo”, ha detto il presidente in conferenza stampa, e l’intesa “ha lanciato un’ancora di salvezza politica ed economica alla dittatura”. Per questo se l’amministrazione non riesce a raggiungere un accordo con il Congresso e con gli alleati su una nuova intesa con Teheran “allora l’accordo verrà cancellato“, ha detto il capo della Casa Bianca sottolineando che può “revocare l’accordo in qualsiasi momento“. Nel frattempo “lavoreremo con i nostri alleati per contrastare le attività del regime”, ha detto ancora Trump, e “faremo dei passi per imporre nuove sanzioni più dure all’Iran e ai Guardiani della rivoluzione“.

Che prima del discorso del presidente Usa avevano fatto sentire la propria voce: “Ogni azione contro le Forze armate della Repubblica islamica dell’Iran, comprese le Guardie della rivoluzione, incontreranno una forte e adeguata risposta“, aveva detto una fonte informata del ministero degli Esteri iraniano.

La risposta di Teheran non si fa attendere: “Trump non può fare quello che vuole, l’intesa ratificata dall’Onu non è un accordo bilaterale – ha detto il presidente Rohani in tv – Noi lo rispettiamo, ma se l’altra parte verrà meno ai propri impegni si sappia che l’Iran non esiterà a rispondere“. “Bisogna rivedere la storia in modo molto più accurato – ha proseguito – negli ultimi 40 anni le vittime sono stati gli iraniani”. E “il Paese che ha rovinato l’Iran sono gli Stati Uniti. Trump dimentica che gli Stati Uniti hanno favorito la guerra tra l’Iran e l’Iraq. Allora gli Usa sostenevano Saddam Hussein, l’Iran ha subito bombardamenti missilistici e anche un attacco chimico“, ha detto ancora Rohani. Che ha poi attaccato Washington proprio sulla questione del nucleare: “Come fa Trump a rivendicare il ruolo di paladino contro il nucleare quando gli Usa sono stati i primi ad utilizzare il nucleare, non una volta ma due, contro un altro Paese? (il Giappone nella Seconda guerra mondiale, ndr)”. Il presidente iraniano ha anche risposto al documento fatto circolare dalla Casa Bianca poche ore prima del discorso di Trump in cui vengono esposti i 6 punti chiave della strategia Usa, tra cui il “contrasto delle minacce agli Stati Uniti e ai suoi alleati” derivanti “dai missili balistici e da altre armi asimmetriche” in mano a Teheran. “Continueremo a rafforzare le nostre capacità di difesa – ha detto Rohani a riguardo – Le nostre armi e i nostri missili sono per la nostra difesa, in cui d’ora in poi saremo ancora più determinati“.

Secondo le previsioni della vigilia del Washington Post, Trump ha optato per una soluzione di compromesso che almeno temporaneamente dia fiato all’accordo: il presidente intende sì ritirare la “certificazione” della Casa Bianca, ma passa la palla al Congresso. Che avrà tre possibilità: la prima, aveva spiegato Tillerson a poche ore dall’annuncio del presidente, è non fare nulla; la seconda è reintrodurre le sanzioni: la terza, quella caldeggiata dal tycoon, è emendare la legge Usa sulla certificazione eliminando la scadenza periodica dei 90 giorni per il presidente e introdurre dei “trigger point“, linee rosse oltre le quali le sanzioni scattano in modo automatico.

Tra i “trigger point” da non superare, Tillerson aveva evocato la prosecuzione del programma missilistico balistico e il rifiuto di estendere la durata dei vincoli sulla produzione di combustibile nucleare. Secondo il New York Times, le sanzioni potrebbero scattare automaticamente anche se l’intelligence Usa dovesse giungere alla conclusione che Teheran potrebbe produrre armi nucleari in meno di un anno. “E’ un’opportunità per il Congresso di esprimersi”, aveva aggiunto il segretario di Stato.