Il “Grande Satana” ha firmato l’accordo sul nucleare con lo “Stato canaglia”: niente atomica e via tutte le sanzioni. Il colloquio delle potenze mondiali riunite da giorni in Svizzera si chiude con la storica intesa tra Iran e Stati Uniti. E mentre i capi di Stato parlano della sicurezza militare, per Teheran con la fine dell’embargo si apre un mercato da 800 miliardi di dollari. Ma alla fine delle lunghe e tormentate giornate di mediazione, si tratta comunque di un successo ottenuto contro tutto e tutti. L’uno contro la destra maggioritaria nel Congresso americano, l’altro contro l’ala più reazionaria del regime di Teheran. Entrambi contro l’ostinata e durissima opposizione di Israele e di Benyamin Netanyahu, ma anche di numerosi Paesi arabi tra cui l’Arabia Saudita

“Si preverrà la bomba nucleare e il mondo d’ora in poi sarà più sicuro”, ha commentato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Tra i punti principali: revoca di tutte le sanzioni, in cambio in Iran ci sarà un unico impianto nucleare per l’arricchimento dell’uranio e sarà garantita la natura pacifica del programma. L’accordo si articolerà in fasi di 10 anni, prolungabili fino a 25 anni, dando prova di fiducia reciproca. “Abbiamo raggiunto un accordo”, ha detto l’Alto rappresentate per la politica estera Ue Federica Mogherini, “che garantisce che l’Iran non potrà sviluppare la bomba nucleare. Oggi abbiamo fatto un passo storico verso un mondo migliore“.

Il primo ad annunciare l’intesa su Twitter è stato il presidente della Repubblica iraniano Hassan Rohani: “Abbiamo trovato le soluzioni sui parametri chiave”. Il documento dovrà essere chiuso entro il 30 giugno prossimo. “Tutto il mondo deve pensare che l’accordo di Losanna soddisferà tutte le parti. L’intesa inaugurerà una nuova fase nei rapporti tra l’Iran ed il mondo intero”, ha scritto ancora il presidente iranianosul suo account Twitter. “Il mondo ha riconosciuto che l’Iran vuole un programma nucleare pacifico – ha detto Rohani, in un discorso alla Nazione – le sanzioni non sono state imposte per portare l’Iran al tavolo (dei negoziati, ndr), il loro scopo era di costringere l’Iran ad arrendersi. Affermare che le sanzioni ci hanno spinto a negoziare è infondato”. Ora se il gruppo 5+1 “rispetterà le promesse, anche l’Iran lo farà. Se sceglierà strade diverse, altre opzioni potranno essere valutate”, conclude il leader iraniano.

Contrario senza appello all’accordo è Israele, che così  teme di veder crescere senza controllo la potenza iraniana. Il premier Benyamin Netanyahu e il suo ministro dell’intelligence Yuval Steinitz nelle scorse ore hanno detto chiaro e tondo che tra le possibili opzioni quella militare resta sul tavolo se “non abbiamo altra scelta”. “Ogni accordo – ha tuonato il premier in un tweet – deve riportare indietro in maniera significativa le capacità nucleari dell’Iran e fermare il suo terrorismo e la sua aggressione”. Nello stesso messaggio ha poi allegato una mappa del Medio Oriente con la scritta ‘Le aggressioni dell’Iran durante i negoziati nucleari’ che riporta dove Teheran si sta muovendo: dallo Yemen, alla Siria, al Libano, all’Iraq. Steinitz parlando alla radio pubblica ha avvertito che tutte le opzioni, compresa quella militare, restano sul tavolo di fronte alla minaccia di un Iran nucleare. Israele – ha aggiunto – deve contrastare ogni minaccia facendo ricorso alla diplomazia e all’intelligence ma – ha spiegato – “se non abbiamo altra scelta…l’opzione militare è sul tavolo”. Poi ha ricordato che Netanyahu “ha detto chiaramente che non consentirà che l’Iran diventi una forza nucleare”. In serata lo stesso Steinitz, in un tweet di un giornalista di Haaretz, ha detto che ”i sorrisi di Losanna sono fuori dalla realtà. L’Iran ha rifiutato di fare concessioni riguardo il programma nucleare”.

I parametri chiave, secondo il comunicato congiunto, prevedono la revoca di tutte le sanzioni all’Iran in cambio del rispetto degli impegni assunti da Teheran. Il documento stabilisce che non ci siano altre strutture di arricchimento dell’uranio oltre a Natanz (si parla di 5.000 centrifughe) e una joint venture internazionale per le strutture di reattori di acqua pesante. L’impianto-bunker di Fordow sarà convertito in un sito per la ricerca scientifica e non ci sarà all’interno più materiale fissile. Il reattore ad acqua pesante di Arak sarà modificato e il plutonio prodotto sarà trasferito all’estero. L’Iran non arricchirà uranio con le sue moderne centrifughe per almeno i prossimi dieci anni, ha poi puntualizzato Obama, aggiungendo che in base all’accordo Teheran ha accettato di non accumulare materiale necessario per la costruzione della bomba atomica e di ridurre di due terzi le centrifughe di cui dispone. Gli impianti iraniani sanno sottoposti al più alto numero di ispezioni di qualsiasi altro Paese al mondo.
Secondo quanto riferisce il New York Times, alcune importanti questioni rimangono ancora sul tappeto, ma comunque la dichiarazione congiunta è sorprendentemente dettagliata e rappresenta un robusto strumento per andare avanti.

Dopo decenni di gelo, Washington e Teheran sono ora in grado non solo di dialogare, ma anche di accordarsi, di aprire una nuova fase all’interno della comunità internazionale. Questo grazie alla volontà e alla determinazione di due leader che fin dall’inizio della loro era hanno manifestato la chiara volontà di voler cambiare le cose. Un cammino iniziato con l’ormai famosa telefonata tra Obama e Rohani del settembre 2013, e che potrebbe portare a fine giugno a una stretta di mano da consegnare ai libri di storia. Tramontati i sogni di favorire una pace in Medio Oriente, per Obama l’accordo con l’Iran rappresenta la più grande scommessa della sua presidenza. Ma anche la più rischiosa, perché in ballo c’è un programma nucleare dell’Iran che viene di fatto riconosciuto ufficialmente, anche se solo per scopi civili. Senza contare che una revoca delle sanzioni garantirà un improvviso maggior benessere all’Iran, rafforzandolo sullo scacchiere mediorientale dove tuttora appoggia gruppi e milizie che alimentano i conflitti regionali e il caos. Ma il presidente americano ha deciso di fidarsi del nuovo corso di Rohani, con cui parla una lingua molto più simile rispetto agli interlocutori del passato, l’incendiario Ahmadinejad in testa. E ha spinto come non mai per arrivare a una soluzione che prevedesse la revoca delle sanzioni verso Teheran, a fronte di ben precise restrizioni.