“Sull’anima di mio zio, che muoia e deve morire mia sorella Natalia, che lo devo prendere e gli devo cacciare gli occhi con il cacciavite”. Domenico Zucco, ritenuto vicino alla cosca Cataldo, non gradiva gli articoli del giornalista Ilario Filippone che nel 2014, prima sul quotidiano locale Calabria Ora e poi sul Cronache del Garantista, aveva denunciato l’illecita occupazione del campo da calcio di Contrada Licino, impropriamente utilizzato per far pascolare i cavalli degli Zucco.

Succede anche questo in Calabria dove i giornalisti come Lello Filippone, che oggi lavora per il Messaggero, nel 2012 vede prima saltare in aria la sua auto e due anni dopo viene minacciato dalla cosca Cataldo che non gradisce il suoi articoli.

C’è anche questo nelle carte dell’inchiesta “Mandamento Jonico” che ha stroncato le cosche della Locride. Nei suoi articoli, infatti, il giornalista calabrese “puntava il dito contro i “fidati” del clan Cataldo che con le loro prepotenze ‘manifestavano la loro minacciosa presenza sul territorio’, soffocando la collettività locale, incapace di reagire per il timore di subire le ritorsioni della cosca”.

I pezzi di Filippone, “‘reo’ di aver menzionato il clan Cataldo”, avevano impensierito anche il boss che, seppur non citato, si era recato da un avvocato – Giuseppe Mammoliti – per chiedere lumi sulla possibilità di sporgere querela nei confronti del giornalista.

L’esito dell’incontro tra il legale e il boss è contenuto in un’intercettazione tra due affiliati: “Ha detto ‘gli devo fare causa’, ‘Tu sei più somaro dell’avvocatessa Bartolo e di chi ti ha mandato’ dice ‘pare che loro hanno messo il nome tuo? Loro hanno messo generico, se tu vai a fare causa, vai e gli fai la denuncia, t’accolli le colpe, e poi quale reato è? Che un cavallo si mangia un poco di erba!’ Non è che ha fatto reato”.

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