Quattro direzioni generali che gestiscono più duecento supermercati Lidl, cinque società con seicento dipendenti che si occupano della vigilanza al palazzo di giustizia, un filo rosso che lega Milano e Catania. L’ultima inchiesta della direzione antimafia meneghina conduce direttamente nella città siciliana che negli anni ’80 si era conquistata i gradi di “Milano del Sud” grazie all’alta concentrazione di aziende e fabbriche. Solo che l’indagine del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del sostituto Paolo Storari non si occupa soltanto d’imprese: dentro c’è anche la mafia. A finire proiettata sulla città del Duomo è infatti l’ombra della famiglia Laudani, lo storico clan di Cosa nostra catanese.

I quattordici arrestati – Sono quattordici le persone che stamattina sono state arrestate dalla squadra mobile di Milano e dal nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Varese: sono accusate di far parte di un’associazione per delinquere che ha favorito gli interessi del clan catanese. “L’indagine – scrivono gli investigatori della Guardia di Finanza – avviata a giugno 2015, ha consentito di accertare che la citata famiglia mafiosa dei Laudani è riuscita, attraverso una serie di società e cooperative riconducibili al cosiddetto gruppo Sigilog di Cinisello Balsamo e facenti capo a diversi imprenditori – tra i quali Luigi Alecci, Giacomo Politi, Emanuele Micelotta ed i fratelli Alessandro e Nicola Fazio, tutti collegati a Orazio Salvatore Di Mauro, organico dei Laudani – ad infiltrarsi nel tessuto economico lombardo. Alecci è la figura di riferimento del sodalizio, in grado di gestire e mediare i rapporti tra gli imprenditori con i quali è in affari, mentre i fratelli Fazio, su sollecitazione del predetto, di Politi e di Micelotta, concorrono ad inviare, per il tramite dell’affiliato Enrico Borzì, somme di denaro contante in Sicilia destinate al sostentamento economico delle famiglie dei detenuti appartenenti alla famiglia mafiosa”. 

I colletti bianchi – Tra i 14 arrestati anche un ex dipendente della Provincia di Milano, Domenico Palmieri, definito peraltro “facilitatore“. L’ex dipendente pubblico risponde del reato di traffico di influenze: per una “paghetta” mensile di 1000/2000 euro, avrebbe messo a disposizione “le proprie relazioni con esponenti del comune di Milano, di sindaci e assessori” dell’hinterland “al fine di ottenere commesse e appalti da proporre ai propri clienti” e cioè i cinque imprenditori finiti in carcere stamane. Palmieri, che è anche sindacalista, sarebbe riuscito a far ottenere alle imprese degli indagati l’assegnazione dell’appalto per le pulizie degli edifici scolastici comunali per 40 mila euro, grazie alla sua conoscenza con Giovanna Rosaria Maria Afrone, responsabile del Servizio Gestione Contratti Trasversali ora ai domiciliari. La dirigente, si legge in un passaggio del provvedimento del giudice, si sarebbe impegnata ad aggiudicare agli imprenditori, tramite la procedura di affidamento diretto la gara. 

I dirigenti Lidl e la mafia –  La parte fondamentale dell’inchiesta è rappresentata però dalle connessioni del clan Laudani. La sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano ha ordinato sei mesi di amministrazione giudiziaria per quattro direzioni generali su dieci della Lidl Italia:  sono quelle di Volpiano, Biandrate, Somaglia e Misterbianco e gestiscono più di duecento punti vendita in tutto il Paese. La presunta associazione per delinquere – si legge infatti nelle carte dell’inchiesta – avrebbe ottenuto “commesse e appalti di servizi in Sicilia” da Lidl Italia e Eurospin Italia (citata nell’indagine ma che non è destinataria di provvedimenti giudiziari) attraverso “dazioni di denaro a esponenti della famiglia Laudani”, clan mafioso “in grado di garantire il monopolio di tali commesse e la cogestione dei lavori in Sicilia”. Gli arrestati, inoltre, avrebbero ottenuto lavori da Lidl Italia “in Piemonte” attraverso “dazioni corruttive“. Dalle indagini, scrive il Tribunale, “è emerso che le modalità attraverso cui le cooperative gestite dagli indagati acquisiscono tali commesse sono differenti tra sud e nord: mentre in Sicilia gli appalti vengono ottenuti tramite l’interessamento remunerato delle organizzazioni mafiose, al nord i pagamenti sono effettuati direttamente a favore di figure dirigenziali della stessa Lidl ed a titolo corruttivo”. A riprova di ciò, si legge ancora, “il pm cita gli avvenimenti registrati in Sicilia e Piemonte nelle giornate del 13 e 14 dicembre: in queste giornate l’indagato Politi si trova a Catania per incontrare dapprima Greco (emittente fatture false) e poi Borzì Enrico, referente e cassiere della famiglia Laudani (a cui consegna il denaro provento delle false fatture)”. Nel frattempo, “il giorno 14 dicembre, a Chivasso, Micelotta (anche lui arrestato, ndr) incontra Suriano (funzionario Lidl) e gli consegna la somma di euro 4.000 con finalità corruttive”.

Le accuse nelle carte – Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Giulio Fanales parla di “stabile asservimento di dirigenti della Lidl Italia, preposti all’assegnazione degli appalti, onde ottenere l’assegnazione delle commesse, a favore delle imprese controllate dagli associati, in spregio alle regole della concorrenza e con grave nocumento per il patrimonio della società appaltante”. Gli arrestati avrebbero messo le mani su appalti Lidl riguardanti “l’organizzazione della logistica presso i magazzini ove è custodita la merce di natura non alimentare, l’allestimento di nuovi supermercati, il rifacimento di negozi preesistenti, le manutenzioni periodiche, o le riparazioni occorrenti in caso di guasti improvvisi”.

Le intercettazioni: “E diamogli un pacco”- Nelle conversazioni intercettate i due imprenditori Emanuele Micelotta e Giacomo Politi fanno riferimento alle “regalie da elargire per le festività natalizie ai vari dirigenti” del Lidl al “fine di favorire l’acquisizione dei lavori”. I due avrebbero suddiviso “l’importanza del regalo a seconda della funzione rivestita dal soggetto all’interno del quadro direttivo”. In una intercettazione ambientale del 19 dicembre scorso e riportata nel provvedimento, i due “parlano chiaramente del regalo importante da fare a Tomasella, responsabile del magazzino di Volpiano, in provincia di Torino, e di quello da fare a Simone Suriano (dirigente Lidl finito agli arresti domiciliari,ndr). Nei confronti del secondo Politi ha intenzione di “voler predisporre non un cesto ma solo un pacco, visto che già lo sovvenzionano con 4.000 al mese”. “A lui gli diamo un cesto grande”, dice Politi a Micelotta nell’intercettazione. E l’altro: “Eh…diamogli il cesto grande… e però”. Poco dopo, ancora Politi: “ma poi…un cesto…minchia un pacco…eh… già 4000 euro al mese che si prende …”. La replica: “E diamogli un pacco”.

I motivi del commissariamento – “Non può essere invocata una posizione di buona fede” dei dirigenti delle quattro direzioni generali Lidl in quanto “non solo percepiscono denaro per assegnare lavori in favore degli indagatima intrattengono, in via diretta o indiretta (questo allo stato non è noto) rapporti con soggetti appartenenti alla famiglia mafiosa dei Laudani in grado di orientare le scelte” della catena della grande distribuzione nell’assegnare gli appalti dei servizi. È questa la conclusione alla quale arriva la sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano, presieduta da Fabio Roia, disponenìdo l’amministrazione giudiziaria dei centri Lidl “in relazione alle direzioni in cui si è realizzata l’infiltrazione mafiosa”. Con una nota l’azienda si dichiara però “completamente estranea a quanto diffuso in data odierna dai principali media in relazione all’operazione gestita dalla ddaa. L’Azienda, che è venuta a conoscenza della vicenda in data odierna da parte degli organi inquirenti, si è resa da subito a completa disposizione delle autorità competenti, al fine di agevolare le indagini e fare chiarezza quanto prima sull’accaduto. Lidl Italia precisa, inoltre, che l’Azienda non risulta indagata e non vi sono sequestri in atto”.

“Corrompere come pescare in un lago” – “È stata una indagine molto complessa, condotta in perfetta sinergia tra la Polizia e la Guardia di Finanza. Sono stati seguiti i passaggi di denaro, il denaro raccolto a Milano veniva consegnato alla famiglia Laudani”, ha spiegato il procuratore aggiunto Boccassini. “Per coloro che volevano corrompere – ha aggiunto il pm – era come pescare trote in un laghetto sicuro: sapevano esattamente chi, come e dove trovare le persone da corrompere”.

I vigilantes del tribunale commissariati – Ma non solo. Perché sempre la sezione misure di prevenzione del tribunale meneghino ha disposto un anno di amministrazione giudiziaria della società che si occupava della sorveglianza privata del palazzo di giustizia del capoluogo lombardo. “In merito alla vicenda giudiziaria che vede coinvolte alcune società del Gruppo Securpolice, esprimiamo piena fiducia nell’operato della polizia giudiziaria e della magistratura. Confermiamo la propria disponibilità verso gli inquirenti per fornire ogni elemento utile a chiarire circostanze e fatti che vedono, a vario titolo, coinvolte alcune sue società”, fa sapere Mario Ortello, presidente del cda di Securpolice Group scarl, la società coinvolta nell’inchiesta.

Le fatture di Cosa nostra – Dai rivoli dell’indagine emerge poi come ai familiari dei detenuti che ricevevano aiuti economici dal clan mafioso Laudani, veniva richiesto dal “cassiere” della cosca di sottoscrivere “una ricevuta”.  Parte dei versamenti fatti alla cosca mafiosa, infatti, andava alle famiglie dei detenuti del clan. Il denaro, si legge negli atti del gip Fanales, “viene da un indagato portato in Sicilia e da costui consegnato nelle mani del cassiere del clan, Borzì Enrico“. Il cassiere “tiene un apposito registro, in cui vengono indicati i riferimenti dei versamenti in ingresso (nominativi, date e importi relativi alle somme introitate) ed i riferimenti dei pagamenti in uscita (nominativi, date e importi relativi alle somme corrisposte)”. Al familiare del detenuto, “beneficiario del versamento, il cassiere richiede la sottoscrizione di una ricevuta”.

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