Garlasco e l’eterno ritorno dell’impronta 33, l’ex comandante di Vigevano: “Con il peso di oggi avremmo fatto accertamenti”. Ma era stata valutata e scartata dal Ris
“Se l’avessimo avuta con il peso che ha oggi, avremmo fatto ulteriori accertamenti, anche su Andrea Sempio“. Le dichiarazioni a Tgcom24 del colonnello Gennaro Cassese, tra i primi a intervenire sulla scena del delitto di Chiara Poggi nel 2007, introducono una rilettura a posteriori di alcune scelte investigative, in particolare sul peso attribuito all’“impronta 33”. Traccia – senza sangue e di cui si hanno solo foto che mostrano un colore rossastro provocato da un reagente chimico – che i pm di Pavia ritengono appartenga al nuovo indagato nell’inchiesta sul delitto di Garlasco, che sarebbe alle battute finali. Secondo l’ex comandante, se quella traccia avesse avuto allora il valore che oggi le viene potenzialmente riconosciuto, sarebbero stati svolti ulteriori accertamenti, anche nei confronti dell’allora amico 18enne del fratello della vittima. Tuttavia, questa ricostruzione si inserisce in un quadro che, sul piano processuale e tecnico, appare già ampiamente definito e in contrasto con tali affermazioni.
Il primo elemento di tensione riguarda proprio la natura dell’impronta 33. Non si tratta infatti di un reperto emerso solo oggi o trascurato all’epoca: al contrario, fu oggetto di analisi approfondite già durante le indagini iniziali e nei successivi passaggi giudiziari. I carabinieri del RIS ne avevano attestato l’“inservibilità e infruttuosità”, una valutazione poi recepita nelle sentenze che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di reclusione. Questo significa che la traccia non è stata ignorata, ma esaminata e ritenuta priva di valore probatorio sufficiente. Quell’impronta era ed è parziale perché mancano le “creste”, la parte superiore ed era stata sottoposta a un doppio test per rilevare la presenza di sangue: il primo dà esito incerto (combur test) quello più specifico (Obti test che rileva sangue umano) restituisce un “esito negativo”. Quindi anche se fosse stata attribuita Sempio all’epoca, avrebbe avuto un significato relativo alla presenza del giovane in quella casa che frequentava in quanto amico di Marco Poggi, utilizzando anche il computer della vittima.
In questo senso, l’idea che oggi essa possa rappresentare uno snodo decisivo introduce una contraddizione evidente: il suo “peso attuale” non deriva da una scoperta ex novo, ma da una reinterpretazione di un elemento già noto e già giudicato inadeguato. La differenza, dunque, non è tanto nell’esistenza della prova, quanto nel modo in cui viene riletta a distanza di anni. Anche sul piano strettamente scientifico, permangono criticità che rendono complesso attribuire all’impronta un ruolo centrale. Le indiscrezioni parlano di 8-9 punti di contatto con la mano di Andrea Sempio, ma la traccia risulta parziale e priva di alcune caratteristiche fondamentali, come le creste papillari complete nella parte superiore. Questo limite incide sulla qualità dell’attribuzione, rendendo meno solida qualsiasi conclusione definitiva. Per Cassazione i punti devono essere almeno 15.
Un ulteriore elemento di contrasto emerge sul piano giuridico. La possibilità di utilizzare oggi l’impronta 33 per una revisione del processo è fortemente limitata dalla presenza di una sentenza passata in giudicato. La giurisprudenza richiede infatti che una revisione si basi su prove nuove, mai valutate prima, oppure su innovazioni tecnologiche tali da modificare radicalmente il significato di reperti già acquisiti. Nel caso in esame, la traccia è la stessa già analizzata e scartata: per renderla utilizzabile, sarebbe necessario dimostrare che le nuove tecniche scientifiche producono risultati sostanzialmente diversi e più affidabili rispetto a quelli ottenuti in passato. Questo nodo è stato già affrontato anche in anni recenti. Tra il 2017 e il 2020, ulteriori verifiche e informative avevano evidenziato presunte anomalie nelle indagini originarie, ma senza portare a esiti concreti. Le richieste di revisione sono state rigettate o dichiarate inammissibili, e la stessa procura aveva chiesto l’archiviazione, sottolineando la mancanza di riscontri oggettivi e ribadendo l’infruttuosità della prova scientifica.
In questo contesto, le osservazioni di Cassese sulle possibili lacune investigative – come il mancato sequestro della bicicletta di Stasi o l’assenza di verifiche su un allarme legato all’officina di famiglia – assumono il valore di riflessioni controfattuali. Si tratta di elementi che, se approfonditi all’epoca, avrebbero potuto arricchire il quadro indiziario, ma che oggi non introducono dati nuovi né modificano direttamente il materiale probatorio già esaminato nei processi. Senza contare che la procura non ha voluto chiedere l’incidente probatorio sull’impronta come chiesto dalla parte civile, seppur i periti nominata dalla giudice per le indagini preliminari di Pavia, Daniela Garlaschelli, siano stati impegnati su molti quesiti scientifici e che non hanno dato esito in nessun senso su Sempio. Mentre è stato evidenziato il Dna di Stasi e della vittima sui resti della colazione della mattina in cui l’assassino massacrò la 26enne per poi scagliarla giù dalla scale che portano alla tavernetta della villetta di via Pascoli.
Analogo discorso vale per l’ipotesi, evocata nelle prime ore dopo il delitto, della presenza di più persone sulla scena del crimine. Si tratta di una pista effettivamente considerata nelle fasi iniziali, ma che non ha trovato riscontri concreti e per questo non è stata sviluppata ulteriormente. Riproporla oggi, in assenza di nuovi elementi, rischia di restare sul piano delle possibilità teoriche più che delle evidenze dimostrabili.